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Quota Hamilton

Quota Hamilton 


Essere un eroe comporta una moltitudine di oneri, oltre che di onori. Sacrifici e rinunce che non danno garanzia di successi. L’unica forza che ti fa andare avanti è la fede incrollabile in quello che fai. Senza arrendersi mai. Da ferrarista prima che sportivo, risulta per me doveroso riconoscere al prossimo epta campione del mondo Lewis Hamilton il giusto tributo per il traguardo raggiunto. Domenica scorsa, tagliando il traguardo del Nurburgring, ha raggiunto le novantuno vittorie. “Quota Schumacher” come piace chiamarla a me. Dal prossimo Gran Premio, con la sua ennesima e scontata vittoria (nulla è scontato nella vita… tranne forse questa F1 turbo ibrida), si passerà ad un’altra dimensione fissando un nuovo livello: “Quota Hamilton”.

Michael Schumacher ha debuttato nel 1991 ritirandosi definitivamente nel 2013. La sua ultima vittoria, arrivando a quota novantuno, risale al primo ottobre del 2006. Impiegando dunque la bellezza di 15 anni per raggiungerla. Lewis Hamilton debutta in F1 proprio l’anno dopo, nel 2007, raggiungendo “quota Schumacher” in soli tredici anni. Il bello di questa storia è che il re nero non ha proprio voglia di ritirarsi. Inoltre, considerando il numero di GP che la sua fulgida carriera offre, è lecito aspettarsi che la quota Hamilton diventi ancor più consistente e, presumibilmente, quasi imbattibile. Su social (Twitter in particolare) la battaglia è iniziata immediatamente dopo la gara continuando a perversare nei giorni successivi. 

Lewis Hamilton sul podio del Gp dell’Eifel 2020

Gettonata più che mai, ho letto varie volta tale frase: “le vittorie di Hamilton non valgono quelle di Schumacher”. In merito, proverò pacatamente ad esporre il mio pensiero, sperando di non offendere nessun tifoso del pilota britannico. Ho sempre sostenuto su queste pagine (e sempre lo farò) che paragonare due campioni del mondo di epoche diverse è un inutile esercizio (assimilabile alla categoria delle “pippe mentali”), in quanto il contesto storico nel quale i due vengono messi a paragone risulta totalmente diversi. Per questo, è pressoché impossibile sapere se l’uno o l’altro sarebbero stati in grado di raggiungere successo nel contesto altrui. Nello specifico, siamo poi così sicuri che Lewis Hamilton al posto di Michael, a cavallo tra gli anni novanta ed i primi dieci del nuovo secolo, sarebbe riuscito nell’impresa del tedesco? 

Ancora: Michael, a confronto con questa nuova generazione come si sarebbe comportato? Certo, lo so cosa state pensando: Michael con la Mercedes di Lewis avrebbe fatto lo stesso… vero! Tuttavia, è pur vero che il tedesco nella corsa ai suoi cinque titoli in Ferrari non ha certo guidato una carriola. Lo stesso “Kaiser” ha potuto disporre di grandi vetture con l’appoggio di una grande squadra. Il reparto corse rasentava l’eccellenza. Un riferimento assoluto. Mi fermo qui. Oltre questa doverosa precisazione non si può andare. Questo perché quando arrivò in Ferrari Michael trovò il nulla cosmico (tranne per il motore, chiedendo a tutti come fecero a non vincere un mondiale con quel propulsore!). Per arrivare all’eccellenza di cui sopra, pagò come tributo la bellezza di cinque anni d’attesa e una gamba rotta, il tutto condito da una pressione mediatica da far ammattire anche un santo. 

Sebbene non fosse la prima scelta (Alonso e Vettel erano preferiti al britannico), Lewis è arrivato in Mercedes nel 2013 voluto fortemente dal lungimirante Niki Lauda. A differenza di Michael, il britannico ha vissuto una sola stagione di sacrifici, guidando una vettura che divorava gomme, cerchi e mozzi. Problema risolto in parte grazie al famosissimo test illegale, utilizzato peraltro dal team di Brackley come minaccia per lasciare il Circus se fossero stati puniti. Nel 2014 inizia l’inarrestabile ascesa di Lewis, macchiata solamente dall’ostinato Nico Rosberg il quale, a parità di vettura, fece vedere i sorci verdi al Re nero per tutto il 2016. Stagione che probabilmente contributi alla crescita esponenziale di Hamilton rendendolo ancora più forte, mentalmente parlando. Un’annata che probabilmente non si sarebbe più ripetuta. Sia per volere del britannico si per la stessa dirigenza, conscia dello strapotere del quale peraltro continuano a disporre. 

Lewis Hamilton riceve in dono il casco di Michael Schumacher dalle mani del figlio del campione tedesco Mick.

Il punto è tutto qui: le vittorie di Lewis e quindi della Mercedes, derivano dall’incredibile e smisurato potere che la casa delle stelle a tre punte possiede in ambito politico. In F1, particolarmente in questa attuale, per vincere in pista devi risultare vincente prima sui tavoli che contano. Di questo non ne faccio certo una colpa alla Mercedes. Bensì preferisco puntare il dito su chi ha permesso tutto questo con il proprio beneplacito: tutta la Formula Uno, Ferrari in testa. Per quale ragione hanno concesso questa facoltà al team di Brackley? Per quale motivo hanno avallato un regolamento in cui AMG era in vantaggio sulla concorrenza di almeno due anni? Il nocciolo della questione, a mio parere, è tutto qui. Quando si mise un cannibale come Lewis su di una vettura come la Mercedes, l’obiettivo era duplice: fissare la “quota Hamilton” negli annali di questo sport  per poi renderli definitivamente intoccabili. 

Credete davvero che quando questo teatro della magnificenza teutonica sarà finito, permetteranno nuovamente un altro dominio affinché si possa battere la “quota Hamilton”? La risposta la conoscete già… inutile proseguire oltre. 

Se essere fortunati è una colpa, allora Hamilton è colpevole di ogni reato. Se essere fortunati è prerogativa dei campioni del mondo, allora Lewis è e resterà uno dei piloti più forti di sempre. La sorte gira nell’aria e la bravura spesso consiste nel saperla cogliere. Non è quindi “colpa” di Lewis se AMG l’ha scelto per demolire ogni record (molti piloti dell’attuale griglia al suo posto lo avrebbero fatto). Come non è colpa sua se il fato l’ha dotato di un talento smisurato potendo gareggiare con una concorrenza pressoché nulla (salvo 2018). Per questa ragione, paragonare “quota Schumacher” con “quota Hamilton” in valore assoluto non mi sembra appropriato. Sebbene i numeri non mentono mai la storia racconta verità che i freddi calcoli non potranno mai dire. L’unico vero rammarico per questo grande talento è la “solitudine” che sta accompagnando la seconda e strepitosa parte della sua carriera. Questo, a mio avviso, resterà sempre una “macchia” per il campione britannico oltre che un grande peccato, sapendo benissimo cosa Hamilton è capace di fare in pista…


Autore: Vito Quaranta – @quaranta_vito

Foto: Mercedes

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Vito Quaranta