F1 2022: i fatti “non fatti” di Liberty Media

Alla fine la F1 ha deciso: lo spazio che i piloti usavano nel pre-gara per esprimere gesti simbolici sarà eliminato. Una sorta di divieto camuffato perché Stefano Domenicali, CEO di Liberty Media, non ha detto che una qualche manifestazione determinerà una sanzione. Si è stabilito che il Circus intende mettere in atto politiche reali per lottare contro le discriminazioni perché certi simbolismi non hanno la forza per determinare un cambiamento fattuale. Interessante…

Pie intenzioni. Lodevoli volontà. Auspicabili intendimenti. Ma, nello specifico, quali saranno questi atti concreti? Mistero. Magari sono in corso riunioni e brainstorming per produrre qualche idea rivoluzionaria, ma al momento registriamo solo un rinvio sine die. Siamo onesti: la F1 ammicca a realtà politiche non proprio all’avanguardia sulla materia della tutela dei diritti umani. Tenete a mente questo concetto.

Il simbolo che la F1 ha adottato per la lotta contro le discriminazioni

L’Arabia Saudita, con i suoi petroldollari, sta diventando un polo d’attrazione a cui Liberty Media non può né sa resistere. E qua entriamo in una questione più ampia che valica la sfera economica ed entra a gamba tesa in ambiti politici, giuridici e sociali. Inutile girarci intorno: il Paese di re Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd non ha in cima all’agenda politica la salvaguardia delle minoranze.

Nel più grande Stato arabo dell’Asia occidentale la situazione relativa ai diritti dell’uomo è molto delicata essendo considerate la azioni a supporto di queste istanze lontane dagli standard occidentali. Un Paese a fortissima vocazione islamica nel quale è all’ordine del giorno l’oppressione delle minoranze religiose e politiche. Ma non solo, la nazione sale sovente alle cronache internazionali per la tortura dei prigionieri e per l’atteggiamento verso gli stranieri ritenuti scomodi, per il ruolo marginale delle donne e per la ghettizzazione degli omosessuali. Uno stato dei fatti che cozza con le politiche di cui la F1 si è fatta portabandiera in anni recentissimi.

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Stefano Domenicali, CEO della Formula Uno

Domenicali, nell’annunciare il cambio di passo, ha tenuto a sottolineare che la F1 non deve fare politica. Che incoerenza. Stringere accordi commerciali con multinazionali dell’alcool o del petrolio è politica. Sedersi al tavolo con governi di mezzo mondo è politica. Trattare con gli organizzatori degli eventi è politica. Confrontarsi con i funzionari statali per definire i protocolli Covid è politica. L’ipocrisia di un gruppo dirigente che nega di far politica… è politica.

Diciamolo senza finta circospezione: la F1 non ne sta uscendo bene da questa situazione perché le contraddizioni sono così marchiane da risultare incamuffabili. Non più. Ma una speranza di rinsavimento c’è sempre e ci viene offerta direttamente dai protagonisti che si sono visti investiti del “divieto non divieto” di inscenare segni iconologici frutto delle singole sensibilità di ognuno di loro.

Lando Norris e Sebastian Vettel guidano la fronda dei contestatori. Liberty Media ha riferito che prima di ogni evento sarà lanciato un videomessaggio a sostegno del movimento “We race as one” che ne esce sensibilmente depotenziato dopo che la F1 ci ha messo mano. Ecco perché il portacolori dell’Aston Martin si è detto speranzoso di trovare spazi e modi per continuare a sensibilizzare i milioni di spettatori che si collegano ad ogni gran premio.

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Uno dei tanti caschi usati da Sebastian Vettel (Aston Martin) durante la stagione 2021

Vettel ha sottolineato che non tutti i driver vogliono far parte di questa battaglia. L’anno scorso abbiamo sovente visto Kimi Raikkonen e, tra gli altri, la coppia dei ferraristi non inginocchiarsi. Segno evidente che non condividono il modo (non la sostanza, intendiamoci) in cui si combatte contro le discriminazioni. Ma esiste una schiera di driver che intende proseguire la battaglia e che domanda a gran voce che Liberty Media metta in atto qualcosa di concreto.

Norris si è fatto latore di questo punto di vista. Ha infatti sostenuto che il Circus iridato sia una cassa di risonanza così ampia e rumorosa che non può non prendere posizione. E se non ci saranno più le condizioni per potersi inginocchiare la “lotta” si può spostare sui social network che, per prerogative, sono totalmente sciolti dal controllo dell’ente che organizza il campiona del mondo.

In questo scambio di vedute a distanza ed indiretto tra Liberty Media e una parte dei driver manca il punto di vista forse più autorevole: quello di Lewis Hamilton. Il suo lungo silenzio social interrotto la settimana scorsa non ha certamente indebolito la volontà del britannico di farsi portavoce di campagne si sensibilizzazione che gli hanno portato non poche critiche. Black Lives Matter, il ricordo di Breonna Taylor, l’abbattimento delle discriminazioni di genere e la lotta all’incapacità di accesso di alcune fasce meno agiate a posizioni di rilievo nella società e anche in F1 sono tematiche che il britannico continuerà a sostenere in maniera veemente e convinta.

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il britanno sette volte campione del mondo Lewis Hamilton (Mercedes AMG F1 Team) durante la stagione 2021

E, a differenza della proprietà americana che di concreto ha fatto ancora poco, il sette volte iridato si è impegnato, con la sua Hamilton Commission, nel favorire l’inserimento di persone con meno possibilità economiche nel mondo del motorsport. Nel primo report ufficiale dell’ente nel quale il pilota ha investito, di sua tasca, 20 milioni di sterline, si legge che uno degli obiettivi del gruppo è quello di fare chiari passi affinché l’industria del motorsport crei un ambiente più inclusivo in cui la diversità possa prosperare.

Atti concreti finanziati da fondi reali. I piloti stanno muovendosi, si attende che la F1 faccia lo stesso passando dalle parole ai fatti. Per ora siamo alle bottiglie riempite con acqua di rose in luogo della champagne nei paesi in cui l’alcool è incompatibile con i valori religiosi. E’ questo il massimo che Liberty Media può fare e che fa in alcune nazioni ove i diritti umani non sono nemmeno contemplati nelle agende dei governi? La risposta è no.

Lo spazio dedicato a certi gesti simbolici era segno di piena democraticità: chi voleva inginocchiarsi lo faceva, chi voleva restare in piedi come una statua di sale poteva farlo. Chi voleva lanciare un messaggio con maglie specifiche le indossava, chi voleva restare neutro aveva facoltà piena di esserlo. Oggi la Formula Uno, nei fatti, censura. Se questo atteggiamento serve per produrre iniziative concrete, ben venga. Ma c’è il timore che possa essere un modo morbido per incatenare le personali sensibilità a certi temi. E che lo si faccia per andare incontro alle necessità di chi apre i cordoni della borsa e regge il giocattolo. Smentiteci.


F1-Autore: Diego Catalano@diegocat1977

Foto: Mercedes AMG F1, Aston Martin, F1

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