sabato, Luglio 20, 2024

Una F1 inclusiva e senza barriere culturali è davvero possibile?

In una F1 che vanta uno spirito sempre più innovativo e di slancio evolutivo verso il progresso, non manca l’attenzione verso una questione spinosa (nonché annosa) e che difficilmente è riuscita a trovare una risoluzione, perlomeno di recente: la figura della donna all’interno del Circus.

Tale tematica è sempre abbastanza complessa da gestire ed inquadrare, specialmente quando si tratta di dinamiche sportive purtroppo ad oggi ancora pregne di una forte connotazione maschile: in alcuni frangenti sembra quasi non ci sia spazio per la componente femminile, beninteso, lungi dal voler scadere in “banale” femminismo basato su mere accuse e talvolta con ben poco di ragionato.

Ma di fatto il ruolo della donna, in un ambiente così marcatamente maschile come la F1, tuttora non ha una collocazione paritetica, eccezion fatta per sparuti casi. Il primo che può venire in mente ai più attenti è quello di Hannah Schmitz, capo delle strategie di casa Red Bull: la pedina fondamentale in uno scacchiere già vincente di suo, ma che di fatto consente alla sua punta di diamante Max Verstappen di gareggiare concentrandosi esclusivamente sul proprio stile di guida (che non è poco). A tutto il resto ci pensa lei.

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Hannah Schmitz (capo delle strategie Oracle Red Bull Racing F1) al muretto

Uno schiaffo morale a quanti pensano che una donna non possa essere in grado di gestire il peso di determinate dinamiche e/o responsabilità che inevitabilmente la massima formula comporta. Hannah è una macchina da guerra, e non dovrebbe neanche stupirci il fatto che sia donna, perché tale aspetto dovrebbe essere completamente ininfluente; eppure invece abbiamo ancora bisogno di sottolinearlo.

Chissà, forse se fosse stata uomo ci si sarebbe soffermati soltanto su quanto sia efficiente, granitico/a ed in gamba nel suo lavoro. Ed invece no, evidenziare il suo essere donna è chiaro sintomo di quanto in realtà la figura femminile sia tutt’altro che la norma all’interno di un paddock.

Altra personalità di spicco è senza dubbio quella di Angela Cullen, mental coach del campionissimo Lewis Hamilton che egli stesso molto spesso giocando con le parole arriva a definire “il suo angelo”, proprio per il fondamentale operato svolto al suo fianco.

F1. Quanto potrebbe essere effettivamente inclusiva la F1?

Eppure sono anni che si parla di inclusione e di parità dei sessi, anche in F1, in cui si è addirittura arrivati a dire che i piloti potrebbero non essere più esclusivamente uomini: se è vero che tale opzione aprirebbe le porte anche a drivers femminili, è altrettanto vero che non sarà un percorso per nulla semplice.

Partendo dal presupposto che come giusto che sia, ogni pilota deve passare prima per le formule minori, farsi notare per il suo talento e raccogliere discreti successi, per poi pensare di rivolgere lo sguardo alla F1, è altrettanto vero che nessuno di loro deve patire il peso del pregiudizio una volta approdati lì.

Davvero crediamo che l’intero Circus sia pronto ad accogliere e sdoganare una pilota donna? Più che lecito avere parecchi dubbi in proposito… Per quanto meritevole possa essere questa ipotetica figura, già il solo fatto di essere una clamorosa “novità”, pagherebbe lo scotto di qualsiasi eventuale errore in pista adducendolo esclusivamente alla sua sessualità.

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Jamie Chadwick: promettente talento già due volte prima classificata nella W series

Già nella vita di tutti i giorni il binomio donne e motori è sinonimo di incompatibilità nonché di incapacità di guidare, figuriamoci quando si tratta dell’ambiente sportivo forse più maschilista che c’è: finanche il “pallone” si è adeguato al progresso, tant’è che ad oggi il calcio femminile è diventata una disciplina molto seguita persino in Italia.

Chiaro però che in F1 ci siano dei dettami fisici per cui è innegabile che una donna potrebbe fare più fatica: prendiamo ad esempio alcune mansioni degli uomini del box, è evidente che cambio gomme o sollevamento vettura potrebbero essere ruoli fisicamente pesanti per un’addetta femminile.

Tuttavia è altrettanto chiaro che ce ne sono molti altri per cui la sessualità non dovrebbe contare; eppure tale “discriminante” sembra invece giocare al contrario, diventando aspetto fondamentale quando si tratta ad esempio delle aree hospitality all’interno del paddock, sedi in cui la connotazione femminile diventa subito un tratto marcato. Che coincidenza!

F1. Pareri effettivi o presunti dei protagonisti

Probabile quindi che per il modus operandi storico della F1 il ruolo della donna debba rimanere relegato sotto quella visione ancora per un po’, specie se si considera che è stato lo stesso Stefano Domenicali (presidente ed amministratore delegato F1) a dichiarare che sarebbe molto più probabile lo schianto di un meteorite che non il ritorno di un pilota donna nella massima formula.

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Stefano Domenicali, presidente e amministratore delegato della F1

Estremo riguardo e grande premura, non c’è che dire; forse su questa scia e come unica possibile figura femminile accettabile in griglia, a questo punto sarebbe opportuno reintrodurre le “ombrelline”, data l’assenza oramai dal 2018.

Eppure nonostante ciò di piloti donna ce ne sono: basti pensare a Jamie Chadwick, 2 volte campionessa della W series (un campionato esclusivamente femminile) che punta alla F1 entro il 2027, oppure Maya Weug, parte della Ferrari Driver Academy, e Sophia Floersch promettente ragazza militante in F3.

Ed invece con uno sguardo al passato, l’ultima donna a raggiungere la massima formula è stata l’italiana Giovanna Amati: nel 1992 con la Brabham partecipò a ben tre gran premi (Messico, Brasile, Sudafrica) senza però qualificarsi, salvo poi essere sostituita da Damon Hill. Prima di lei solamente Maria Teresa De Filippi, Lella Lombardi, Divina Galica e Desirè Wilson erano riuscite in tale impresa.

Giovanna Amati, 1992: celebre donna pilota nella storia della F1

Sebbene ad oggi esista la FIA WIM (in cui l’acronimo sta per Women In Motorsport) atta a dimostrare tutta l’apertura e l’inclusione possibile nei confronti della figura femminile, è evidente che non sia abbastanza.

Da qui ad accettare realmente una “realtà rosa” in griglia, ce ne passa di comprensione, sensibilità ed accettazione: da alcuni protagonisti come magari Lewis Hamilton e Sebastian Vettel possiamo aspettarci apertura massima, ma da altri come ad esempio Helmut Marko, che arrivò a definire “bambino problematico” Yuki Tsunoda spedendolo dallo psicologo come se fosse qualcosa di cui vergognarsi, cosa possiamo mai aspettarci…?!

I tempi non sono ancora del tutto maturi perché la F1, i tifosi e molto probabilmente parte degli stessi protagonisti (mai fare di tutta l’erba un fascio), siano effettivamente pronti per un tale passo rivoluzionario.


F1 Autore: Silvia Napoletano@silvianap13

Foto: F1, Oracle Red Bull Racing

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