La F1 ha un potere: aleggiare al di sopra delle sue stesse leggi

La F1 che ha in mente Liberty Media è davvero quella che sognano i tifosi? Lanciamo il quesito-bomba in apertura dribblando preamboli e parafrasi. La necessità di ritornare sulla concezione filosofica postulata dai proprietari americani nasce da recenti dichiarazioni di Stefano Domenicali che, per certi versi, hanno fatto accapponare la pelle all’ala più oltranzista del mondo degli appassionati.

Prima di addentrarci nelle valutazioni – che possono essere normalmente criticabili e lecitamente rigettabili poiché sono espressione di una visione redazionale che non ha pretese universalizzanti – andiamo al “casus belli”, alla parole riferite dal CEO imolese che sembra più un businessman a stelle e strisce che un uomo nato nella provincia emiliana da sempre terra di solidissime tradizioni motoristiche.

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Stefano Domenicali, presidente e CEO della Formula Uno

F1. La dura rivoluzione di Stefano Domenicali

Vorrei che si lottasse sempre per qualcosa che vale il titolo. Lo vogliono i tifosi, gli organizzatori, tutti. La Sprint Race era solo il primo, migliorabile, esempio”. Su fatto che lo vogliano un po’ tutti esprimiamo più di una riserva, ma fidiamoci della parola e dei sondaggi in possesso di Liberty Media. Domenicali ha poi rincarato la dose alludendo a novità “succulente” che rischiano di mettere sottosopra la F1 che oggi conosciamo:

In un weekend normale, quello composto da prove libere 1 e 2 al venerdì, ogni sessione dovrebbe mettere in palio o punti o giri di qualifica singoli. O una qualifica per una gara del sabato, diversa e più corta, al posto delle terze libere, magari con il meccanismo della griglia invertita“.

Confessate: anche a voi sta salendo l’emicrania. Che può sfociare nella più fastidiosa versione a grappolo nel leggere il prossimo passaggio: “Stiamo mettendo sul tavolo una marea di cose. Molti dicono di no, ma abbiamo visto in alcune occasioni la bellezza di avere dei rimpasti in gara, più sorpassi. Abbiamo l’obbligo di provarci perché le scuse per non fare sono sempre tante. È un principio di vita”. 

I puristi storcono sempre la bocca – ha proseguito l’ex team principal della Ferrari – ma la F1 negli anni ha cambiato decine di volte il format delle qualifiche. I giovani hanno bisogno di intensità: nuove telecamere, nuovi tipi di narrazione. Il riconoscimento più grande? Che lo star system americano, presente in massa a Miami abbia detto: <<This is the place to be>>“.

Ci sono poche altre possibilità di interpretazione: la F1 del domani deve diventare un prodotto usa e getta, un melting pot di emozioni di rapido consumo ed in favore di un pubblico più giovane. Come se la vecchia guardia – che non vive di social, reel, filmati brevi costruiti ad arte con musiche martellanti a fare da sottofondo – dovesse essere marginalizzata in un angolino. Senza diritto alcuno di professare la propria passione.

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La F1 tende sempre più al modello “Drive to Survive” di Netflix

Lo spettacolo diventa il motore del nuovo Circus, l’azione ostentata e ricercata al di là di ogni ostacolo il metro e la misura della nuova direzione tracciata dai proprietari del Nuovo Mondo. Il Gran Premio d’Italia, da questo punto di vista, ha rappresentato una sconfitta per Liberty Media. Vedere le monoposto chiudere a trenino dietro la safety car ha probabilmente prodotto gli effetti di un infarto del miocardio per Domenicali & co.

La cifra di questa evidenza è data da certi commenti prodotti da chi la F1 la racconta. Qualcuno ha parlato di scuse da offrire ai tifosi. Un perdono richiesto (in maniera del tutto assurda e fuori dall’umana logica) per aver applicato un regolamento sportivo che fino a prova contraria vige e comanda sulle pulsioni spettacolari dei narratori alla spasmodica ricerca del numero sensazionale.

Pare chiaro che ad oggi si viva una profonda discrasia interpretativa tra i desideri di Liberty Media e le necessità della Federazione Internazionale dell’Automobile. E’ manifesto che, negli anni a venire, si convergerà sulle posizioni del colosso americano che possiede il giocattolo. Chi paga comanda, è una legge vecchia come il mondo. Tra l’altro gli americani non hanno mai mostrato una certa propensione all’apertura di tavoli di trattative: impongono la loro visione strategica e, in seconda battuta, ne valutano gli effetti. Così è successo con la gara sprint, così sarà per altre novità in programma.

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Greg Maffei, amministratore delegato di Liberty Media

F1. Lo spettacolo non può derogare dalle regole

Ma c’è un aspetto che lascia perplessi e, in tutta onestà, preoccupa non poco: regole che rischiano di essere scavalcate in nome di uno show che stravolge naturali dinamiche di pista. E ancora una volta dobbiamo rifarci alle parole di Stefano Domenicali tratte dall’intervista rilasciata al Corsera:

Tralasciando le polemiche, Abu Dhabi 2021 è la soddisfazione più bella da capo della Formula Uno. Spero che possa diventare una consuetudine, sarebbe un sogno che ogni Mondiale si decidesse nel gran premio finale“.

Un brivido corre lungo la schiena a leggere una dichiarazione rilasciata forse con troppa leggerezza e sicuramente infelice nella composizione. Quelle che Domenicali derubrica a semplici polemiche sono errori marchiani che hanno determinato una profondissima riscrittura di procedure associata ad una massiccia ricomposizione dell’organigramma federale nelle sue posizioni operative.

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Charles Leclerc (Scuderia Ferrari F1) precede Max Verstappen (Oracle Red Bull Racing) durante il Gp d’Austria 2022

A leggere questo ultimo passaggio viene da pensare che Liberty Media fosse il richiedente di un tipo d’azione che doveva concretizzarsi a scapito del diritto codificato a cui era associata una solidissima giurisprudenza calpestata da Michael Masi, colui il quale aveva contribuito a creare tale prassi. Ovviamente non insinuiamo ciò, ma sottolineiamo con vigore che l’uscita è stata infelice nella modulazione. Le gare possono e debbono finire, se non ci sono le condizioni per farlo, in regime di safety car.

Bisogna affrancarsi dalla logica delle fazioni: l’anno passato, il 12 dicembre, non è uscito sconfitto Lewis Hamilton. A perdere è stata la F1 nel suo insieme. La sua credibilità ha vacillato pesantemente e Mohammed Ben Sulayem se n’è avveduto mettendo mano in prima persona ad un percorso di trasparenza che non può finire nemmeno dinnanzi ai desiderata di chi mette la grana.

Questa è Formula Uno, non il Wrestling. Ben vengano mosse e manovre per incrementare l’hype e rendere il tutto più accattivante. Ma non lo si faccia in spregio dei valori sportivi e dei testi regolamentari. Il Circus non può né deve essere inteso come un regime legibus solutus.


Autore: Diego Catalano @diegocat1977

Foto: F1, FIA, Scuderia Ferrari F1, Netflix

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