Ferrari in F1 sta fallendo e non certo perché in UK non ha una base. Le ragioni sono note. Ogni tanto, quando non si sa cosa dire, si tira fuori la storiella dell’Italia, come se fosse il cancro della Rossa che non gli consente di vincere. Eppure ci sono un sacco di prove al sostegno del contrario: 16 titoli costruttori e 15 piloti. Non si vince da un’eternità? Tutto vero, ma l’ultimo dei problemi è l’ubicazione della fabbrica.
Il problema della rossa che non esiste
Secondo molti, nel corso degli anni la Rossa ha sempre dovuto confrontarsi con una barriera difficilmente superabile: la riluttanza del personale tecnico anglosassone a trasferirsi stabilmente a Maranello. Il risultato sarebbe una difficoltà cronica nell’attrarre e trattenere figure di primo livello. In questo scenario si inserisce l’idea, tornata d’attualità nel paddock canadese, di creare una base tecnica nel Regno Unito.

Per onesta intellettuale va detto che il team italiano sperimentò qualcosa del genere negli anni ’80, quando John Barnard, padre del cambio semiautomatico, ottenne di operare a Guildford nella contea del Surrey, sud-est dell’Inghilterra. Tramite una struttura dedicata, poteva adoperarsi senza dover essere fisicamente in Italia. Mossa che spacco in due la Rossa e non portò a nulla di buono.
La maggior parte dei team di Formula 1 ha sede nel Regno Unito. È qui che si concentra gran parte dell’ingegneria motoristica. Perché Ferrari dovrebbe possedere un avamposto tecnico in quest’area? Significherebbe inserire il proprio tassello all’interno di questo ecosistema altamente competitivo? È una questione legata al gap metodologico verso team come Mercedes, McLaren, Red Bull e Aston Martin?
Sono team accomunati da processi decisionali più rapidi, catene gerarchiche più snelle e una cultura tecnica che premia il pragmatismo? Forse. Ma dove sta scritto che tutto questo in Italia non si possa fare. Chi se lo è inventato? Per fare un esempio, se il miglior pizzaiolo del mondo si sposta da Napoli e va negli Stati Uniti diventa un perdente? Perde la capacità di fare l’impasto nella maniera corretta?

Il reale problema della scuderia italiana non è dove fare le cose ma in che modo farle. Senza contare che la motor valley italiana non ha nulla da invidiare a quella britannica. Sino a prova contraria, le eccellenze motoristiche, telaistiche e aerodinamiche del Bel Paese sono tra le migliori al mondo. Di tutto questo ne ha fatto parola Rosberg, durante lo F1 Show di Sky UK. Sua opinione che però non riscontra affatto la nostra.
F1, senza le giuste garanzie nessuno si mette in gioco a certi livelli
Per fare la differenza nella massima categoria del motorsport serve concretezza. Le strutture in Italia ci sono eccome. Quello che può mancare alla Rossa sono alcuni tecnici top, che peraltro nella provincia modenese sono sempre venuti. Se Newey ha scelto Aston Martin non è certo perché non trovava affascinante la campana attorno a Maranello che, per inciso, pure lei non ha nulla da invidiare a quella inglese.
Al contrario Adrian è un visitatore assiduo dell’Italiana. Le motivazioni reali per cui il genio dell’aerodinamica non è passato alla Ferrari sono piuttosto semplici. Restringendo il campo sono due: il fatto che il team non gli voleva concedere il comando della gestione sportiva e la troppa pressione esercitata all’interno della squadra. Dopo aver dimostrato tutto e di più, nella sua carriera, senza le condizioni richieste non se n’è fatto nulla.

Il campione del mondo 2016 avrà pure ragione quando parla di struttura decisionale. Ma per cambiare questa politica non serve migrare nel Northamptonshire. Se la scuderia non ha ancora aggiornato la SF-25 non è perché la fabbrica è vicino Modena. Le ragioni sono altre, legate a una precisa impostazione tecnica per non sbagliare ancora, in una stagione dove gli errori commessi nella progettazione dell’auto pesano come un macigno.
Ferrari, ma quale UK: serve solo chiarezza strategica
Se c’è un fattore sul quale il team italiano ha dimostrato di non eccellere è la comunicazione. E non parliamo solo di quella diretta alla stampa, dove è davvero pessima, ma pure di quella interna. Proprio per questo l’idea di realizzare un polo inglese non sembra affatto intelligente, in quanto andrebbe a complicare maggiormente un sistema di per se già alquanto deficitario. L’esempio di Barnard fa scuola: “La fabbrica degli alibi“.

Se davvero il team italiano ha seria intenzione di tornare al vertice della massima categoria del motorsport, dovrà prima di tutto ripensare se stessa. Il modello organizzativo, la cultura del lavoro, la comunicazione tra i reparti: tutto va aggiornato per essere all’altezza dei riferimenti di categoria. Vasseur ci sta lavorando e alcuni passi in avanti sono arrivati in tale senso. Il Regno Unito lasciamolo agli inglesi, a ognuno il proprio orologio.
Autori: Zander Arcari – @berrageiz
Immagini: Ferrari – F1Tv
