Hamilton e l’impellente necessità di rendere la F1 aperta alle minoranze

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Hamilton l'impellente necessità di rendere la F1 aperta alle minoranze
Lewis Hamilton, sei volte campione del mondo di Formula Uno

Azione – reazione. Hamilton stimola, non senza polemica, e il mondo della Formula Uno si desta seguendo il suo capobranco. Lewis, è noto, è una persona molto attenta a cosa accade nel mondo. Molti sostengono che le sue lotte sociali, ambientali e politiche siano di facciata, un modo per cercare facile consenso su temi che stimolano gli interessi dell’opinione pubblica. Sono famose le sua campagne per favorire l’alimentazione vegana. Così come sono manifeste le lotte per incoraggiare e promuovere la realizzazione di un mondo generalmente più ecosostenibile. Punti di vista che il trentacinquenne anglo-caraibico esprime con insistenza per cercare, compatibilmente col personaggio che si è creato, di orientare le masse che lo seguono. Ma c’è una questione che Hamilton pone in cima alle sue “battaglie” mediatiche: la lotta senza quartiere al razzismo.

Inutile ritornare sull’infanzia difficile del campione del mondo, sulle angherie subite per il suo status di bambino di colore proveniente da una famiglia poco abbiente: la storia di Hamilton è arcinota. Così come le sfide che ha dovuto affrontare e vincere per ritagliarsi un posto al sole. Fatto sta che l’uomo e lo sportivo si sono formati, per poi imporsi in maniera dirompente, in un contesto dominato dai bianchi. Un fatto rivoluzionario e che forse non è mai stato pienamente accettato, al di là delle buone intenzioni di facciata di un ambiente conservatore e nel quale l’accesso ad altre categorie è molto limitato. L’occasione per ripuntare i riflettori su riprovevoli questioni razziali si è realizzata per via di quanto sta accadendo in questi giorni negli Stati Uniti dove, durante un arresto, un uomo di colore è stato condotto alla morte per i metodi poco leciti e sicuramente amorali di un poliziotto. La cosa – e non è le prima volta a causa del suprematismo bianco che in una certa misura affligge ancora gli USA – ha generato la reazione furiosa della comunità nera e la generale indignazione di chi ha visto quelle immagini da condannare e rigettare in maniera convinta e totale. Senza cercare stupidi alibi.

Hamilton l'impellente necessità di rendere la F1 aperta alle minoranze
il sei volte campione del mondo di Formula Uno Lewis Hamilton

L’accusa di Hamilton è stata chiara e forse anche un tantino sopra le righe: il mondo della Formula Uno ha colpevolmente taciuto sull’assassinio di George Floyd. Un j’accuse che può comprendersi specie perché la proprietà della categoria è americana e ha più volte dimostrato di essere attenta a certe dinamiche. Che senso ha, viene da chiedersi, eliminare le grind girl per poi restare inerti dinnanzi ad episodi così drammaticamente seri? Forse è questo il ragionamento che ha fatto l’ex McLaren che nella serata di ieri, tramite Instagram, ha tuonato parole roventi che biasimano l’ignavia di alcuni protagonisti del motorsport: “Vedo quelli di voi che stanno zitti. Alcuni di voi sono le star più grandi eppure rimanete silenti dinnanzi all’ingiustizia. Non c’è un segnale dal mio settore che ovviamente è uno sport dominato dal bianco. Sono una delle pochissime persone di colore lì, ma sono solo! Non può esserci pace finché i nostri cosiddetti leader non cambiano. Questa cosa non tocca solo solo l’America. Coinvolge il Regno Unito, la Spagna, l’Italia. Una cosa che potrebbe succedere dappertutto. Il modo in cui le minoranze vengono trattate deve cambiare – ha continuato un irato Hamilton Bisogna educare le persone in ogni Paese all’uguaglianza, ad opporsi al razzismo, al classismo: siamo tutti uguali. Non siamo nati con il razzismo e l’odio nei nostri cuori, è insegnato da coloro che guardiamo”.

L’obiettivo del sei volte campione del mondo è chiaro: da un lato sensibilizzare tifosi a addetti al lavori ad un argomento che purtroppo ritorna con preoccupante ciclicità e contestualmente fare in modo che il mondo della F1 cambi drasticamente la sua natura poco inclusiva. Tant’è che nei mesi scorsi si è dichiarato disponibile a lavorare con i vertici del motorsport per cercare di abbattere e scardinare dei paradigmi ormai preoccupantemente sedimentati: “Voglio davvero, in qualche modo, far parte del cambio di forma che vorrei ottenere con la F1 lavorando in collaborazione con la FIA. Non so perché non ci siano abbastanza studenti universitari, ingegneri, meccanici e nemmeno all’interno dei media, provenienti da contesti più diversi. Non lo so, è sempre stato così come è oggi, ma vedo una reale opportunità per far parte del cambiamento di forma”.

Le stilettate del britannico di origini caraibiche hanno generato un movimento di messaggi e di esternazioni dei colleghi che hanno inteso esprimere le proprie considerazioni a riguardo. Quasi come se dovessero attendere che s’accendesse la scintilla capace di far esplodere l’incendio della legittima indignazione.

Il primo ad aver raccolto l’assist è stato Charles Leclerc che, al pari di Hamilton, ha scelto Instagram come cassa di risonanza le sue considerazioni: “Ad essere sincero mi sono sentito fuori posto e mi sentivo a disagio nel condividere i miei pensieri sui social media sull’intera situazione. Per questo non mi sono espresso prima di oggi. Ed ho sbagliato completamente. Faccio ancora fatica a trovare le parole per descrivere l’atrocità di alcuni video che ho visto su Internet. Il razzismo deve essere affrontato con azioni, non con il silenzio. Partecipando attivamente, coinvolgendo e incoraggiando gli altri a diffondere consapevolezza. È nostra responsabilità parlare contro l’ingiustizia. Non rimanere in silenzio. Sto in piedi. #BlackLivesMatter”. Con l’hashtag che caratterizza la reazione a questo deprecabile episodio di cronaca nera si è chiuso l’intervento del monegasco al quale, a cascata, sono seguiti quello di altri driver. Per lo più giovani va sottolineato.

George Russell: “Tutti abbiamo voce in capitolo per parlare di ciò che è giusto e fino ad ora non sapevo come muovermi questa situazione. Per fare eco alle parole di Charles Leclerc, mi sono sentito fuori posto a condividere pubblicamente i miei pensieri su queste atrocità. Faccio fatica a capire cosa sto vedendo nelle notizie e sui social media in questo momento e, onestamente, non riesco ancora a trovare le parole per esprimere come mi fa sentire. Ma alla fine, non importa quanto sia scomodo parlare, il silenzio non raggiunge nulla. È ora che stiamo tutti insieme e cacciamo il razzismo dalle nostre società per sempre. Usa la tua voce, diffondi la consapevolezza il più possibile. Siamo tutti responsabili di porre fine all’ingiustizia“.

Al coro si è unito anche il futuro ferrarista Carlos Sainz Jr. che ha manifestato la sua rabbia: “Questi problemi che stiamo affrontando oggi, nel 2020, ci fanno pensare che siamo tornati indietro nel tempo, indipendentemente dalla sofferenza e dalle lacrime dei nostri antenati. È pazzesco pensare a ciò che sta ancora accadendo in questo momento, tutti abbiamo lo stesso sangue. Per quanto riguarda il nostro ambiente, siamo uno sport globale con lavoratori e fan di tutto il mondo, provenienti da diversi contesti, religioni, colori e condizioni della pelle. Lavoriamo insieme in grande armonia per intrattenere le persone in tutto il mondo e diffondere un messaggio di sportività e unità. Condanno assolutamente ogni tipo di razzismo e ogni tipo di ingiustizia. La diversità ci spinge in avanti, la abbracciamo. Speriamo che un giorno tutti lo facciano”.

Hamilton l'impellente necessità di rendere la F1 aperta alle minoranze
Charles Leclerc, Scuderia Ferrari

La Formula Uno, almeno in alcuni suoi esponenti di spicco, si è dunque compattata ed ha reagito all’appello di Hamilton. Ad ora restano ancora in silenzio i vertici di Liberty Media e la stessa FIA che ha fortemente in considerazione l’etica e la buona condotta dei suoi consociati. Ecco perché ci si attenderebbe una reazione, una presa di posizione. Una pubblica denuncia che sia da segnale agli appassionati. Un qualcosa, tra l’altro, che fino a ieri sera poteva non sembrare necessario e che, grazie all’accorata invettiva dell’alfiere della Mercedes, è diventata prioritaria. Perchè bisogna stigmatizzare con fermezza una deriva inaccettabile nel terzo decennio del Ventunesimo secolo. Il progresso umano non può affrancarsi dall’idea di abbattere ogni genere di barriera tra razze che esistono solo in vetuste categorie interpretative che non hanno superato l’esame della scienza, della logica e della ragione. Ogni sorta di preconcetto va respinto. Ogni seme che possa germogliare in concetti perniciosi che in un passato non troppo lontano hanno causato disastri umanitari di cui abbiamo ancora traccia e memoria va inaridito.

In chiusura, va sottolineato che l’uscita di Hamilton racconta di quanto sia diventata prorompente la sua personalità e quanto sia egli stesso ad incarnare la stessa idea di F1. Un leader silenziosamente autoproclamatosi ma che viene riconosciuto tale anche da chi lo sfida in pista magari per rubargli lo scettro del più grande. Ogni sport ha degli uomini simbolo che valicano la sfera professionale. Hamilton è sicuramente il personaggio che caratterizza quest’era motoristica. Ed è positivo che si faccia latore di messaggi inclusivi. Ben fatto Lewis.

Autore: Diego Catalano – @diegocat1977

Foto: Lewis Hamilton, Ferrari

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