Verstappen, il toro di Barcellona

Mi chiamo Max Verstappen e sono un combattente. Mi descrivono come spietato, calcano la mano sulla mia presunta antipatia. Qualcuno pensa di andare oltre, cerca risvolti freudiani, prova a interpretarmi. Ma la verità, nuda e cruda, è una sola. Ho voglia di vincere. Lo dico qui e ora perché si tratta di Barcellona. Al Montmelò ho raccontato la mia storia più bella, qualcosa che sembra molto simile a una favola, se non fosse che il solo rimando al fiabesco mi provochi un conato di disappunto. Io di dolce non ho nulla. Sono nato per battagliare in pista. Il resto appartiene ad altre sfere, ad alti mondi, che non vale la pena di mettersi a indagare.

Verstappen dicevamo. Un cognome famoso che vale mille attese. Un mentore che non concede sconti. Padre padrone lo chiamerebbero i bene informati, quelli che pretendono di leggere tra le righe, ma in realtà non sanno nulla, presumendo di sapere. Io figlio comunque grato, per quella cattiveria che ho nel sangue, perché vedo rosso ben prima che si accendano i semafori. Rosso come il primo toro che mi ha ospitato, non ancora diciottenne, un unicum per questa Formula Uno fatta di scartoffie e di burocrazie. Ma io avevo troppo da dire, storie ingorde da raccontare seguendo i moti del mio piede destro. Andavo assecondato anzitempo: fuori dal tempo lo sono sempre stato.

Max Verstappen ai tempi dell’esordio in Toro Rosso

Eccomi appunto, troppo giovane e troppo scalpitante, torello alle prese con il sedile di lusso. Red Bull: un salto di qualità, oppure un salto nel vuoto, come è stato per tanti. Non per me di certo, io volevo lasciare il segno. Era il 15 maggio 2016. Quarto in qualifica, mica male. Poi una gara da capogiro, da sbronza, di quelle che credevi impossibili. Parti sperando di agguantare un podio come biglietto da visita. E ti ritrovi con entrambe le Mercedes fuori, causa incidente tra di loro. Troppa grazia avere l’arena tutta per te. Per te che guidi un toro e che sei in Spagna. Per te che hai solo diciotto anni.

Il più giovane vincitore di sempre. Record di precocità fatti a brandelli. Alonso e Vettel due fantasmi di un’altra era. Io sono Max Verstappen, da poco maggiorenne, e ho già vinto il mio primo Gran Premio di Formula Uno. Ho fatto a pugni con il destino, ho ricevuto colpi, alcuni ne ho restituiti. Ma ho già scritto una pagina di storia, per quanto breve.

Max Verstappen trionfa a Barcellona, GP di Spagna 2016

Dicono che abbia un feeling speciale con Barcellona. I più seri notano che è un circuito nelle corde di Red Bull. A me non interessa nessuna delle due opinioni. Sono in pista per vincere ovunque. Certo, nonostante le apparenze, non sono algido come sembro, e le statistiche paiono dare ragione a chi incensa l’accoppiata macchina-pilota. A parte il 2017, con quel brutto incidente in partenza, sempre a podio.

Oggi si gioca la partita grande. Siamo sul filo, anche se Mercedes ha già recuperato. Ma posso farcela, grazie a una buona partenza. Lewis non mi preoccupa, so essere cattivo almeno quanto lui è perfetto. Tutto si gioca qui, ho una sola possibilità per tentare. Il pedale e il mio piede sono all’unisono, ma la testa è proiettata avanti, oltre la prima curva. Devo trovare il modo per passare, devo buttarmi dentro con forza. Devo fare paura. Ci riesco, Verstappen costringe Hamilton a desistere. Nella manovra c’è grinta, caparbietà, ma anche correttezza. Lewis forse non mi aspettava in quel modo, ma ha allargato, facendo un passo indietro. Troppo intelligente per rischiare, troppo arguto per resistere senza possibilità di successo.

Hamilton
Max Verstappen e Lewis Hamilton

Sono primo a Barcellona. Verstappen P1. E sto accumulando un discreto distacco, considerando che chi mi bracca è l’eccellenza. Credo di potercela fare, annuso l’aria che sa di impresa. Ma il vento può anche essere contrario, e le nuvole di Montmelò foriere di grattacapi, più che di pioggia. La safety-car è il primo colpo basso. Poi a remare contro ci si mette un pit-stop pasticciato, un fraintendimento che coglie il box impreparato. Secondi sul piatto, quando mi danno per trovare decimi sulle mie gomme. Non bastasse arriva il colpo di coda Mercedes, e quella strategia a due soste, che sulle prime poteva apparire stravagante, ma che alla fine ha pagato come sempre. Noi sulla graticola, chiamati a rispondere, in una finestra di incertezza che non consente errori.

L’errore ovviamente c’è stato, abbiamo sbagliato a non marcare a uomo. La strategia degli infallibili offre i suoi frutti. Hamilton recupera a ritmi indicibili, complici le gomme fresche. Fa ciò che gli riesce meglio: spingere al massimo. Il gap si riduce, lo vedo negli specchietti. Ancora una volta Lewis punta Verstappen, una lotta simbolo di questa stagione. E ancora una volta ha la meglio su di me, che nulla ho potuto pur sperando fino all’ultimo di poter resistere all’attacco finale. Dopo è il vuoto, l’ennesimo trionfo per l’avversario, cui non si può che mandare un plauso.

Me ne vado da Barcellona con la medaglia d’argento, il premio di consolazione del giro veloce e l’onore ringalluzzito dal fregio di “driver of the day“. Poco forse, date le aspettative. Ma questa Mercedes è tornata in auge, splendida splendente come sempre. Però di una cosa sono certo. Non lascerò nulla di intentato. Continuerò a combattere, a sferrare colpi micidiali, indipendentemente dalla possibilità di diventare campione del mondo. La lotta è nel mio DNA. Max Verstappen è un leone che prende il toro per le corna. E nessuna freccia, nera o argentea che sia, può spaventarlo.


Autore: Veronica Vesco – @VeronicagVesco

Foto: Red Bull, F1

Veronica Vesco
Il candore di un foglio bianco che m'invita alla scrittura. Il fragore di una monoposto rossa che accende la mia natura. Due colori tratteggiano il mio profilo fin dall'infanzia. Due colori capaci di accompagnarmi nel tempo, assumendo molteplici tonalità, sfumate dagli eventi della vita. Da una penna a una tastiera. Da un'auto a pedali agli autodromi. Da una laurea in Lettere al primo libro. Sempre nel segno di una Ferrari. Sempre con il sogno di cavalcare le mie passioni.

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