Vogliamo essere campioni del mondo, non di pit stop…

Il titolo è un pelo provocatorio. Vero. Ma serve a mettere subito le cose in chiaro. Riassume il pensiero dei tifosi Ferrari. Prima di argomentare il tutto e gettarci nella schietta psicologia dialettale partiamo da un presupposto: fare bene in F1 è molto complicato. Ci sono tantissimi fattori che corrono sulla stessa linea. La affollano. E far sì che righino dritti, tutti quanti, spesso risulta molto più complicato di quanto sembri. Se un elemento infatti, solamente uno, sgarra o esce dai parametri designati ecco che, d’improvviso, le cose potrebbero non funzionare. Succede di frequente.

Quindi è importante curare tutti i dettagli? Che domanda… Certo che sì. Sebbene sia un grande banalità va comunque ricordata, in fabbrica e in pista, a chi ogni giorno dà vita a questa meravigliosa visione trasformata in realtà da Enzo, quando nell’oramai lontanissimo 16 novembre del 1929, a Modena, presso lo studio notarile di Alberto Della Fontana, fondò la società che doveva gestire il reparto corse dell’Alfa Romeo denominata: “Scuderia Ferrari.”

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Enzo Ferrari, pilota automobilistico, dirigente sportivo, imprenditore e fondatore della storica Scuderia Ferrari

Ok. Tenendo ben presente la premessa di cui sopra, passiamo alle parole di Mattia Binotto (leggi l’opinione sul team principal della Ferrari). Espresse peraltro con un certo orgoglio durante l’ultima chiacchierata con la stampa italiana. Vediamo che dice lo svizzero…

“Se dura meno di 3 secondi credo che si possa definire un pit stop veloce. Potrebbero sembrare un numero alto ma la nostra strategia è quella di essere efficaci e non solo rapidi. Un problema durante la sostituzione degli pneumatici può allungare la sosta a quattro, cinque o sei secondi distruggendo una gara. Nell’attutale stagione di F1 siamo andati sotto i tre secondi l’84% delle volte. L’anno scorso solo il 48%. Questa è una dimostrazione che abbiamo migliorato la qualità delle nostre soste”

In questo momento mi trovo seduto con le gambe sotto al tavolo ma in realtà preferirei realizzare un rapidissimo sondaggio tra i supporter della Rossa e chiedere a chi importi realmente di queste percentuali sciorinate con fierezza. Ne parliamo dopo, ora andiamo avanti. L’ingegnere occhialuto, poi, mette in piazza un’altra tematica legata alla performance in pista e sostiene: 

“La media stagionale 2020 ci vedeva a 1,4s dalla pole. Mentre quest’anno siamo a 7 decimi di secondo. Il gap non è insignificante ma in qualche modo ci incoraggia. Dimostra che la strada presa è quella giusta.”

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la concentrazione di Mattia Binotto, team principal della Scuderia Ferrari

Mettersi un bella medaglia addosso, ogni tanto, fa piacere. Giusto così. Bisogna stare attenti però a non pungersi quando la si appunta al petto. Dico questo perché i ferraristi meriterebbero molto di più. Fa piacere vedere che le cose sono migliorate? Assolutamente sì. Ma il fatto di non vedere più un carciofo di macchina che arriva dodicesima quando va bene, per me, non dev’essere motivo di vanto. Tantomeno un distacco di 7 decimi dai primi.

Un Rossa che finalmente non arranca, non si trascina a fatica sui tracciati che compongono il calendario di F1, “scherzata” da tutti o quasi, non va certo preso come grande risultato. Lottare per avere la meglio del midfield non può soddisfare. La battaglia per riemergere dal mare di melma nel quale si trova impantanata la scuderia è ancora molto lunga e fermarsi a pensare, contenti per la strada percorsa quando tuttavia ancora nulla si è raggiunto, non è cosa buona a mio parere.

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Maurizio Arrivabene, direttore sportivo della Scuderia Ferrari dal 2014 al 2019

Intendiamoci. Sono sicuro che l’impegno profuso sia massimo. Metterei la mano sul fuoco. Non ho nessun dubbio al riguardo. Ma determinate dichiarazioni, per rispetto ai tifosi che continuano a supportare la Rossa, credo che andrebbero evitate. In questo, Arrivabene sapeva il fatto suo. Parole poche. Quelle indispensabili. Fatti tanti. Anche quando le cose andavano bene Maurizio guardava quello che ancora non funzionava, dando per scontato e ovvio le cose buone realizzate.

D’altronde per esibire sulla scocca un Cavallino Rampante ci vuole un certo stile. Quello di Enzo… mai domo o contento dei risultati raggiunti, sempre con lo sguardo rivolto al futuro. Magari sbaglio, ma l’attuale dirigenza sembra parecchio distante da questo concetto.

Posso capire i piloti. Realizzare due pole peraltro inutili o festeggiare con un brindisi alla salute del Cavallino per un podio acciuffato grazie alla squalifica di un collega ci può stare. Del resto, nel loro caso, raggiungere il massimo obiettivo con il mezzo a disposizione è senz’altro motivo di orgoglio.

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Charles Leclerc (Scuderia Ferrari) celebra la vittoria al Gran Premio d’Italia edizione 2019 davanti ad una marea Rossa

Ma i ferraristi là fuori vogliono vincere. Tagliare il traguardo prima degli altri. Tornare ad assaporare la dolce sensazione che si prova a guardare il resto delle scuderie dall’alto. Avere un peso politico che possa fare la differenza. Essere rispettati e non derisi. Credo di non sbagliare, valutando questi elementi come primari. Ecco perché, vantarsi di aver migliorato i pit stop o rimarcare come il gap rispetto ai migliori sia diminuito, quando comunque resta imbarazzate, non appare poi cosi saggio.


F1-Autore: Alessandro Arcari – @Berrageiz

Foto: Scuderia Ferrari

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