Ingenti manovre Ferrari: retroscena societari, provvedimenti futuri e la suggestione di un grande nome

Storie di F1. Mattia Binotto non è perfetto. Ha sbagliato. Più volte. In maniera reiterata. Non è stato all’altezza di gestire il reparto tecnico. Idem la comunicazione. Per non parlare dell’amministrazione relativa ai piloti. Le strategie poi… che disastro. In pratica, volendo essere il più carini possibile, ha dimostrato che la fiducia riposta nelle sue capacità non è stata affatto ripagata. Questa, ad oggi, 29 novembre 2022, sembra essere l’opinione comune.

“Era una tetra giornata autunnale e l’orologio segnava le 9.43 am. Binotto, con il capo coperto da un berretto d’ordinanza per non compromettere la già di per se ribelle capigliatura, strisciava lentamente attraverso le vetrate che delineano l’uscita della GES, non abbastanza rapido da impedire a una folata di vento fresco di entrare portando aria nuova”.

Possiamo immaginare così, romanzando il comunicato Ferrari, la “dipartita” del manager di Losanna. Ventotto anni e fischia spesi alla corte del Cavallino Rampante. Diverse le soddisfazioni assaporate a livello personale. Questo sostiene di aver vissuto Mattia durante i cinque lustri abbondanti vestito di rosso. Abbandona un team in crescita, dice, pronto finalmente a raggiungere l’anelito tanto bramato: vincere.


F1/Ferrari: la necessaria resa di Binotto

Quanto è bello criticare? Tanto eh? Specialmente farlo senza diritto di replica. D’altronde assumere questa posizione risulta sempre piuttosto semplice. Soprattutto, a pensarci bene, per chi come noi non ha vissuto dall’interno una storia in parte sordida, se volgiamo usare questo aggettivo inteso per descrivere un contesto avaro di vittorie.

Tralasciando la mera rispettabilità che in questi casi dovrebbe riguardare l’uomo in quanto figura sensibile, un fatto cristallino relativo alla vicenda emerge: Mattia non ne poteva più. Sì… non si esagera affatto nell’affermarlo. Il clima di sfiducia attorno alla sua persona era palese. I vertici dell’azienda non credevano più in lui.

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Mattia Binotto, team principal dimissionario della storica scuderia Ferrari

Da lì, malgrado il forte dispiacere, il passo verso l’addio è stato molto breve. Ma le prospettive future erano talmente esigue, ridotte al lumicino, che l’unica soluzione percorribile ha fatto il suo corso. In casi del genere, del resto, continuare a nutrire un sogno agonizzante non avrebbe portato a nulla di buono.

La premessa doverosa introduce una pletora di argomenti che nella giornata odierna cercano ordine, per provare ad offrire una visione di insieme più ampia. Tutto questo nel tentativo di racimolare quanti più elementi possibili utili a comprendere determinate dinamiche non del tutto emerse.


F1: i limiti della Ferrari nell’era Binotto

Investito da un doppio incarico nel gennaio 2019, lo spilungone cresciuto in Svizzera ha “sopportato” un peso alquanto gravoso. Si è parlato spesso, in passato, di come la revoca di Arrivabene dal ruolo di team principal fosse stata addirittura pretesa da Binotto, ingordo di potere e pronto a sobbarcarsi i compiti di Maurizio senza battere ciglio. Il rapporto tra i due non era certo idilliaco, già, ma sostenere che l’ingegnere occhialuto fosse convito di poter brandire saldamente le redini della scuderia su più fronti non corrisponde a verità assoluta.

Al contrario, a margine di un conciliabolo relativo alla “defenestrazione” del manager bresciano, dopo aver accettato la carica di team principal, Mattia espresse comunque la volontà di essere affiancato da una figura che contribuisse a comunicazione, gestione piloti e strategie, essenziale per non trascurare la parte tecnica.

Così non fu. Ferrari provò a sondare il terreno in cerca di una persona adeguata, un individuo abile ed esperto che potesse agire lontano dai riflettori, ma l’insuccesso dell’indagine spinse il direttivo a caricare eccessivamente Binotto di responsabilità.

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Mattia Binotto e John Elkann (Scuderia Ferrari)

A posteriori, pur tenendo presente che avvallare tale impegno ti rende in qualche modo complice di quello che potremmo definire un fallimento sportivo, addossare la totalità delle colpe al manager ora dimissionario pare francamente ingiusto.

Presumibilmente un’amministrazione più attenta non avrebbe nemmeno valutato un’opzione del genere, considerandola a priori oltremodo rischiosa visto l’enorme mole di lavoro da svolgere. Senza poi dimenticare un ulteriore elemento di disturbo: l’atavica pressione che tutto complica all’interno del mondo Ferrari.


F1: Vasseur “solamente” esecutore dei piani Ferrari

Il futuro si fa presente. L’ora della chiacchiera a vanvera è terminata e il momento di voltare pagina sopraggiunge ammiccante. Il dopo Binotto resta il tema più caldo da risolvere. Urge celerità, in tal senso. Il tecnico in forza all’Alfa Romeo, al momento candidato numero uno, non è certo un fenomeno. E soprattutto, va detto chiaramente e scritto a caratteri cubitali, non è meglio di Binotto.

L’affermazione difficilmente può essere smentita. Il suo curriculum, così come la sua carriera nel motorsport, non brilla di luce propria e in qualche modo, il papabile approdo di Vasseur a Maranello, potrebbe anche essere visto come ripiego.

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Frédéric Vasseur, candidato al ruolo di team principal per la Scuderia Ferrari

Tuttavia, delegittimare aprioristicamente il francese senza nemmeno vederlo all’opera sarebbe un errore. Sarebbe come realizzare un avvicendamento con Binotto, valutato fortemente necessario, senza garantire le solide basi necessarie per la giusta successione all’interno della squadra.

Sotto questo aspetto vale la pena fare chiarezza però. Ferrari non si aspetta che il cinquantaquattrenne di Draveil possa eventualmente rimuovere il “virus” atavico che abita il DNA della rossa. Immunizzare la scuderia modenese da una condotta nociva che di per sé ha prodotto una serie infinita di insuccessi non può trascurare determinati procedimenti.


F1/Ferrari: il cambio di rotta prescinde dalle alternative

Il quarto sottotitolo SEO del pezzo descrive alla perfezione i piani del Cavallino Rampante. La rescissione contrattuale tra le parti (Binotto/Ferrari) è solo la punta dell’iceberg. Là sotto, immersa nell’oceano delle problematiche, si agita scontrosa una precisa convinzione. Per emergere in superficie e divenire effettiva, tuttavia, il cammino da percorrere assume contorni burrascosi.

Il primo passo è stato fatto: guardarsi allo specchio e non essere soddisfatti della propria immagine, questa la svolta epocale agitata con bramosia dall’eforato Ferrari. Il vero grattacapo non riguarda la proprietà in sé, parecchio solida peraltro, ma bensì la severa e ordinata pianificazione futura.

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Il newyorkese di nascita John Elkann, imprenditore e dirigente d’azienda italiano nonché presidente della storica Scuderia Ferrari

Messo in moto e reso fattuale tale provvedimento, anche l’attuale governance, spesso apostrofata con scherno e dileggio, parrebbe di gran lunga adeguata. Ferrari è stanca di abitare la fila dei disillusi. Non accetta più la pratica secondo la quale riempirsi gli occhi con vittorie altrui debba essere lo scenario predefinito.

All’interno della GES il fermento impazza. In vista della prossima stagione sono al vaglio nuove metodologie lavorative su più fronti. E da quanto appreso di recente dalla redazione di Formula Uno Analisi Tecnica, le rinnovate disposizioni non riguardano strettamente il mero approccio in pista, ma bensì una sorta di mutazione genetica per gestire e massimizzare le molteplici attività all’interno della factory.

Criteri operativi che esulano dai protagonisti incaricati a renderli operanti, giudicati imprescindibili per compiere quello step evolutivo necessario verso la gloria, oramai assente da troppo tempo.


F1/Ferrari: il sogno Aldo Costa nel mirino

I condottieri sono mercanti di speranza“. Senza smentire il paragrafo redatto in precedenza, tramite un concetto espresso con giustezza da un certo Napoleone Bonaparte, va comunque sottolineato come una figura di spicco all’interno della GES, abile nell’amministrare risorse tecniche e umane, possa incidere non poco sulle sorti del team italiano.

Tra le varie “illuminazioni” che di recente hanno investito la dirigenza Ferrari, spicca nel mucchio un’idea che definire pertinente sembra riduttivo: la strategia “one man show”, attuata durante le ultime stagioni unificando le cariche di team principal e direttore tecnico, pare sia valutata poco percorribile, finalmente.

L’obbiettivo primario sul quale si lavora sottotraccia resta quello di portare a Maranello una figura di grande spessore. Ovviamente l’operazione porta con se diversi ostacoli. Innanzi tutto la difficoltà della sfida spaventa anche i più impavidi, soprattutto considerando i fiaschi reiterati susseguitesi a Maranello.

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l’ingegnere italiano Aldo Costa ai tempi della Mercedes

Inoltre, fattore da non sottostimare, un nome dall’irrefutabile valore e calibro pretende certezze e potere decisionale quasi assoluto, scenario che non convince del tutto l’attuale governance italiana.

L’identikit porta ad professionista attualmente impegnato in questioni legate alla Formula Uno, anche se in maniera esterna. Parliamo di Aldo Costa, con il quale pare sia andato in onda un abboccamento segreto per ricoprire il ruolo di direttore tecnico nel prossimo futuro.

Benché il fulgido ingegnere parmense fu destituito a suo tempo dall’incarico in maniera brusca e quasi inspiegabile (così sostenne lui stesso incredulo dell’accaduto), un terremoto dalle enormi proporzioni che incrinò fortemente l’allora rapporto con la Ferrari, i margini di manovra per trattare la transazione, ad oggi, potrebbero esistere…


Autore: Alessandro Arcari – @berrageiz 

Foto: Scuderia FerrariMercedes AMG F1 Team

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