Binotto e le “verità nascoste” di Singapore

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Mattia Binotto, team principal scuderia Ferrari

Binotto racconta. Non una favola natalizia purtroppo, ma uno scomodo dietro le quinte, del quale fatichiamo a capire senso e utilità. Binotto di fatto, come una befana anticipata, porta il carbone per gettare fumo negli occhi ai tifosi, spiazzandoli e confondendoli. Un fumo acre che accende nuovamente rivalità tra le due fazioni, pro-Vettel o pro-Leclerc, riconducendoci nei secoli bui. Ferraristi sfiancati da anni di nulla pronti a inscenare una riedizione della faida tra guelfi e ghibellini. Una guerra dei poveri in ogni caso.

In tutto questo Mattia Binotto si propone come oracolo: svela e rivela. Segreti di pulcinella, particolarmente adatti a successivi ricami barocchi. Il team principal di casa Ferrari si abbandona a quella che, al massimo, potrebbe essere una confidenza e invece riecheggia, calda e succosa, sulle pagine di tutta la stampa a proposito della successo di Sebastian Vettel a Singapore:

La vittoria di Singapore ha rappresentato un momento chiave per lui, non solo per il trionfo in sé, ma anche per quanto riguarda la sua fiducia nella squadra. Ha capito di poter contare su di noi per un aiuto, in caso di necessità. E infatti credo che sia stato giusto lasciarlo vincere. Si è trattato della scelta corretta al momento giusto.”

Binotto e le "verità nascoste" di Singapore
Mattina Binotto, team principal Scuderia Ferrari

Dunque, facci capire bene, perché il ragionamento appare un tantino complesso. Vettel, in difficoltà nella prima parte della stagione, ha bisogno di supporto da parte della squadra, così si pensa bene di offrirgli un contentino, giusto per rendere meno amara la pillola. Addirittura si arriva a “lasciarlo vincere”, dunque a “lasciargliela vinta” come a un qualsiasi bambino capriccioso in preda agli isterismi del caso. Sacrificando per giunta il legittimo poleman di Marina Bay. Vista così non pare proprio un’idea geniale.

Binotto e le "verità nascoste" di Singapore

Ma la verità, disgraziatamente, non ha un senso unico. Alle volte può dipendere da come la si racconta. E raccontarla così significa praticamente alterarla. Se non nei fatti, almeno nelle intenzioni. Leclerc era al comando, e fin qui nulla di sbagliato. Vettel inseguiva in terza posizione, dietro al compagno e a Hamilton. Al diciannovesimo giro si è scelto di richiamare Sebastian, ricorrendo a un undercut, nel tentativo di sopravanzare la Mercedes del britannico e puntare a una doppietta. Il tedesco, all’uscita dai box, ha messo in scena un giro perfetto e dannatamente veloce. Rapido al punto che gli ha consentito di superare Charles, fermatosi alla tornata seguente.

Da quel momento in poi la gara ha iniziato ad animarsi. Un gran premio di difficile lettura, con Hamilton che ha tentato di tardare il più possibile la sosta e le Ferrari chiamate a superare vetture più lente che ancora non avevano effettuato il cambio gomme. Dopodiché si sono registrati ben tre ingressi della safety-car. Condizioni ardue da interpretare e gestire, a fronte delle quali sarebbe stato quantomeno scellerato imporre un team order per ristabilire la situazione di partenza. Inoltre Vettel ha guadagnato la sua posizione grazie a un giro incredibile, frutto del suo talento e del feeling con la pista cittadina di Singapore. Nessuno ha dunque regalato niente. Non si è “lasciato vincere” un pilota a scapito dell’altro. Anzi, si è conquistata una doppietta, mentre all’inizio si era partiti primi e terzi.

Binotto e le "verità nascoste" di Singapore
festa Ferrari dopo la doppietta di Marina Bay

Un successo di squadra, dunque. Un’opportunità golosa che Vettel ha saputo cogliere, se vogliamo. Ma certamente una vittoria conquistata sul campo dal pilota tedesco. Lasciar vincere è altro. Lasciar vincere è rallentare, consentendo al compagno di superare, come accadde a Sochi nel 2018, dove Bottas e Hamilton si scambiarono di fatto le posizioni. Qui tutto è avvenuto in maniera differente. Perché non è automatico che chi conquisti la pole risulti vincitore, neppure se la partita si gioca tra due team mate.

Dunque perché Binotto ha sentito il bisogno di puntualizzare, di evidenziare e peggio ancora di travisare certi eventi? Non ha fatto un favore alla squadra, all’ambiente e soprattutto ai suoi piloti, trattati alla stregua di pupazzi in balia di decisioni altrui. Le dichiarazioni di un team principal dovrebbero tendere a calmare le acque, a non fomentare inutili rancori, a fare scudo contro l’eccessiva severità di critiche esterne. Invece, l’eccessiva sincerità di Binotto talvolta pare figlia di una noncuranza, contaminata da una punta di leggero sadismo. Dal povero Leclerc, fantoccio colpevole di sbagliare una partenza perché distratto dall’errore di Vettel, al disastrato Sebastian, che per conquistare la vittoria ha bisogno di un regalo. Una coppia di scoppiati insomma, prima ancora di essere una coppia che scoppia.

Binotto e le "verità nascoste" di Singapore
Charles Leclerc e Sebastian Vettel, Scuderia Ferrari

Ciò che stride a maggior ragione, difatti, è la necessità di abbandonarsi a un’affermazione così scomoda in un contesto che voleva avere tutt’altro significato, vale a dire un’analisi lucida e dettagliata della stagione di Sebastian Vettel. Un’opinione peraltro pienamente condivisibile, che non fa sconti, ma si rivela estremamente obiettiva. Ecco le parole di Binotto a proposito del tedesco:

Nella prima parte del campionato è stato messo sotto grande pressione, ma credo che nella seconda parte abbia reagito molto bene. All’inizio dell’anno non era a suo agio con la vettura, di certo a causa dell’instabilità in frenata. Reputo che anche lo scontro con Leclerc abbia rappresentato per lui un buon punto di riferimento. Avere un compagno di squadra veloce gli ha fatto venire qualche mal di testa. Ma Sebastian per migliorarsi è sempre molto analitico: non affronta la questione dal punto di vista emotivo, piuttosto tende a controllare e ad analizzare i dati. Quando ha avuto fiducia generale nella macchina credo sia stato molto veloce. Perciò gli direi bravo per la seconda parte della stagione e per il modo in cui ha reagito dopo un inizio non facile.”

Mattia Binotto è comprensivo, severo all’occorrenza, sincero nel riconoscere meriti e punti di forza. Paterno, ma non fraterno, autoritario ma non dispotico. Solo, alle volte, dovrebbe dribblare le trappole e le insidie della comunicazione mediatica. Il che significa evitare di dire troppo, soppesare le parole, essere, all’occorrenza, reticente. Per non fornire alibi a chi ama gettare fango sui piloti, per non fomentare il rischio di un’informazione faziosa. Perché un conto è una calza piena di carbone, un altro un camion di spazzatura, pronto a essere riversato su entrambi, all’occorrenza. Invece Seb e Charles meritano di volare, non su di una scopa magica, ma verso nuovi e auspicabili successi in grado di mettere a tacere strilloni e menagrami.

Autore: Veronica Versco@veronicafunoat

Foto: Ferrari

Il candore di un foglio bianco che m'invita alla scrittura. Il fragore di una monoposto rossa che accende la mia natura. Due colori tratteggiano il mio profilo fin dall'infanzia. Due colori capaci di accompagnarmi nel tempo, assumendo molteplici tonalità, sfumate dagli eventi della vita. Da una penna a una tastiera. Da un'auto a pedali agli autodromi. Da una laurea in Lettere al primo libro. Sempre nel segno di una Ferrari. Sempre con il sogno di cavalcare le mie passioni.

1 commento

  1. Articolo di una utilità veramente dubbia, che forza nella bocca di Binotto una marea di doppi sensi e interpretazioni inesistenti in un modo veramente… innecessario.

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