Alonso – Verstappen: una santa alleanza contro Hamilton

Bisogna essere onesti quando si analizzano i fatti: Lewis Hamilton e Fernando Alonso non si sono mai presi. Quel controverso campionato di F1 2007, per i rapporti tre i due, è stato più devastante di una scorribanda di cavallette in un campo di grano pronto per la raccolta. Dispetti in pista e ai box (come scordarsi delle qualifiche del GP d’Ungheria), scaramucce verbali, frecciate bidirezionali in una tensione crescente che a fine anno sortì effetti devastanti: Lewis perse un titolo che sembrava vinto – favorendo la Ferrari di Kimi RaikkonenNando si fece terra bruciata intorno e salutò il carrozzone inglese tornandosene dal padre sportivo Flavio Briatore che dirigeva una Renault in fase calante.

Più volte, dopo quella stagione nella quale, per piazzamenti globali, il rookie Hamilton riuscì a star davanti al due volte campione del mondo che in McLaren doveva stravincere, i due protagonisti hanno parlato l’un dell’altro. Spesso mostrando rispetto, talvolta continuando quella guerra psicologica e lessicale che domenica scorsa è tornata a sublimarsi nell’arena nella quale i piloti combattono: la pista. Quei dieci giri nei quali la vecchia volpe asturiana ha tenuto dietro un Hamilton che annusava l’odore della vittoria hanno riconciliato i tifosi con la F1.

Staccate al limite, cambi di traiettoria arditi, affiancamenti pericolosi, frenatine piazzate in punti strategici: i duellanti hanno dato fondo a tutto il repertorio di driving in F1 che recano nei rispettivi bagagli tecnici fino a che l’inglese, favorito da un errorino del contendente commesso in Curva 1, ha avuto la meglio.

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Gp Ungheria 2021: Fernando Alonso (Alpine F1 Team) riesce a resistere agli attacchi di Lewis Hamilton (Mercedes AMG F1) per oltre 10 giri

Ma Alonso è riuscito nel suo intento più intimo e segreto: dimostrare – anche se favorito da un pista amica – che con una vettura inferiore persino re Lewis può dannarsi vanamente senza ottenere la posizione. Ancora, la strenua difesa dei bastioni, ha permesso ad Esteban Ocon di vincere la sua prima gara nella massima categoria. Cosa che, dal punto di vista dello spagnolo, ha fatto sì che Hamilton non centrasse il centesimo trionfo in Formula Uno.

Insomma, Nando ha reso la vita durissima all’ex compagno di squadra dimostrando una volta ancora di essere un professionista della guida che quando vede la nera livrea della W12 moltiplica le forze e gli sforzi. Il duello rusticano nel quale ballavano nove titoli iridati è venuto in seguito al tanto chiacchierato weekend di Silverstone nel quale Hamilton ha dovuto vedersela con un altro rivale che non conosce resa. Quel Max Verstappen uscito ammaccaticcio dopo gli ultimi due Gran Premi di F1 e che soprattutto ha perso il distacco siderale che poteva vantare nei confronti del 44, trovandosi, beffa nelle beffe, addirittura a rincorrere nella classifica iridata.

Su quel momento topico della prima parte di annata Alonso è voluto tornate. Ha preteso, in maniera legittima, di dire la sua. E, coerentemente col suo stile, non ha evitato di fendere con il suo eloquio mai banale. “Ho sempre avuto l’impressione che quando la lotta per il titolo mondiale entrasse nella fase cruciale – ha riferito l’alfiere dell’Alpinel’ambiente della F1 tendesse a privilegiare team o piloti britannici. La maggior parte delle squadre e degli addetti ai lavori sono inglesi dopotutto.

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Fernando Alonso (Alpine F1 Team) durante il fine settimana del Gran Premio di Ungheria stagione 2021

“Questo porta ad avere delle preferenze verso i ragazzi del proprio Paese, ragazzi già di per sé competitivi e che avrebbero già le potenzialità di vincere comunque. Questo è ciò che percepivo quando correvo contro Hamilton. Sembrava che fossi io il ragazzaccio della F1. Quando ho visto l’incidente di Silverstone ho capito subito come si potesse sentire Verstappen in quel momento“.

Il passato che ritorna, i fantasmi della stagione 2007 che si manifestano austeri. Sensazioni, quelle di Nando, alle quali servirebbero riscontri oggettivi che non vengono forniti. Parole, in definitiva, che non rasserenano gli animi e rischiano di creare un martire (Verstappen) ed un carnefice (Hamilton) che opera in un contesto amico. La Perfida Albione che tutela se stessa contro l’invasore straniero. Una narrazione tossica che potrebbe esser compresa se la F1 non avesse visto campioni e piloti di ogni nazionalità.

Nella massima categoria del motorsport hanno trionfato gente del calibro di Prost, Piquet, Senna, Fittipaldi, Hakkinen, Vettel. La lista è più lunga e completarla sarebbe tedioso. Piloti che hanno potuto correre ed imporsi nuotando in un mare assolutamente non avverso. Qualcuno dirà, volendo seguire il ragionamento dell’asturiano, perché erano calati in realtà che sorgevano all’ombra della Union Jack.

E allora come si spiegano i trionfi di Michael Schumacher giunti nell’italo-inglese Benetton e nella italianissima Ferrari? Nella quale hanno vinto il finlandese Raikkonen, il su menzionato tedesco, il sudafricano Scheckter, l’austriaco Lauda, lo statunitense Phil Hill, l’argentino Fangio e il meneghino Ascari. Una tradizione di piloti di F1 non britannici spezzata solo da John Surtees. Lo stesso Alonso, che non è riuscito ad imporsi col mantello rosso (di certo per colpe non sue) ha vinto con una scuderia che insisteva sul suolo britannico ma la cui proprietà era francese.

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i due piloti McLaren Fernando Alonso e Lewis Hamilton durante la stagione di F1 2007

Le parola di Fernando, quindi, nascondono qualcosa di più profondo e al contempo più semplice: i trascorsi, probabilmente, lo spingono a parteggiare per chi Hamilton potrebbe batterlo. Ecco che Max Verstappen trova per strada un alleato inaspettato. Esagerato sostenere ciò? Non proprio se osserviamo un video che impazza sui social e che mostra un Alonso intento a rilasciare un’intervista ad una TV spagnola. Nulla di straordinario se ad un certo punto non si vedesse passare Max che saluta il collega che, in uno slancio di fantozziana cortigianeria, gli si rivolge dicendogli “I tried“. Ci ho provato. Evidentemente a tenere dietro l’inglese.

Due paroline che sanciscono la Santa Alleanza che potrebbe spostare gli equilibri di un mondiale tiratissimo. Ma non c’è nulla di cui scandalizzarsi. I piloti sono uomini. Ed in quanto tali provano simpatie e antipatie in forza delle quali operano scelte. Legittime. L’importante, però, è esserne consapevoli ed evitare di raccontare che la F1 sia un cavallo alato che traina in carro d’oro sul quale è placidamente accomodato Lewis Hamilton. O Lando Norris. O George Russell. O qualsiasi altro pilota nato sotto il governo della regina.

Anche perché l’era dei garagisti britannici è defunta da un pezzo ed è coperta da metri di terra. Oggi la categoria è più globalizzata che mai, con team appartenenti a case automobilistiche o a realtà imprenditoriali di mezzo mondo. Per non parlare della proprietà passata dalle solide mani british di Bernie Ecclestone e quelle americane di Greg Maffei, n°1 di Liberty Media.


Autore: Diego Catalano – @diegocat1977

Foto: F1 – F1TV – McLaren

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