La F1 snatura se stessa? È obbligata a farlo

Proviamo a fare un salto indietro di 30 anni. Con la nostra macchina del tempo impostiamo il datario al 1992, quando il calendario del mondiale di F1 era decisamente più snello essendo composto da sedici gare. Una, quella d’apertura, si disputava in Sudafrica. Tre si tenevano nel continente americano (Messico, Brasile e Canada), una in Asia (Giappone). Quella conclusiva si svolgeva in Australia. Per il resto si trattava di teatri europei.

Dieci appuntamenti che valevano il 62,5% della stagione. Dieci gare sono anche oggi quelle che si dipanano tra le nazioni del Vecchio Continente. Undici se consideriamo quella Sochi che affaccia sul Mar Nero ed è parte di un Paese, la Russia, transcontinentale. La decina odierna, considerando che 23 sono i mattoni che edificano il calendario, ha un peso molto inferiore rispetto al passato visto che parliamo del 43% del totale.

Calendario della stagione di F1 2022

La F1, dunque, ha mutato le sue caratteristiche geografiche spostando il proprio baricentro. Ma dove? Asia e Medi Oriente perlopiù. Una parabola che segue il riassetto dell’economia globale che prima degli anni ’90 era incardinata sul Nord America e l’Europa, le aree ove era allocata la maggior produzione industriale del globo.

Negli ultimi decenni del secolo scorso alcuni Paesi asiatici, grazie ad un progressivo sviluppo produttivo, hanno fatto da magnete smuovendo il fulcro del capitalismo industriale verso est. Nazioni come Taiwan, Corea del Sud, Singapore, Hong Kong (poi assorbita dalla Cina), Malesia, Indonesia, Thailandia e Cina stessa sono divenuti poli d’attrazione per produzioni di massa, a costi contenuti e con specializzazione via via più grande.

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La Mercedes ringrazia la Malesia nel GP del 2017

Produrre su vasta scala vuol dire sostanzialmente una cosa: necessitare di energia. Di quantità abnormi di petrolio, gas ed elettricità. Ed ecco che entrano in gioco altre realtà. I grandi detentori di risorse: Arabia, Qatar, Emirati Arabi, Russia, gli stessi Stati Uniti. La lista è lunga e facilmente consultabile con una rapida ricerca su internet. Questo nuovo asse tra produttori-consumatori e fornitori ha determinato in riequilibrio geopolitico di proporzioni bibliche.

Una sorta di movimento tellurico che negli ultimi trent’anni ha sconquassato l’economia globale generando nuove realtà, abbattendone vecchie e creando nuovi flussi di danaro che si muovono in aree un tempo meno floride. Le periferie dell’economia mondo capitalistica, per citare un brillantissimo osservatore come Immanuel Wallerstein, che diventano il perno al quale si incamicia il sistema.

Ecco che La F1 ha subito un riassetto geografico obbligatorio. Frutto della necessità di andare laddove vi siano realtà disposte ad investire in strutture ma anche in sponsorizzazioni salvifiche per l’intera categoria che negli anni addietro si reggeva sulle entrate dei grandi tabaccai che via via, a causa di leggi stringenti, hanno fatto mancare il loro apporto economico.

L’Europa non poteva dunque più essere il pivot intorno al quale la categoria girava. Questo processo di delocalizzazione potrebbe addirittura non essere terminato perché altre realtà bussano alle porte di Liberty Media per entrare a far parte del grande affare che è la Formula Uno.

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L’era dei grandi tabaccai in F1

Accanto ai tradizionali petrolieri che hanno sempre fatto da supporto ai team, nel susseguirsi delle stagioni, si sono affiancate nuove realtà. Le americane Esso (legata a Red Bull ed Alpha Tauri) e Gulf (McLaren), le europee Shell (Ferrari) e Castrol (Alpine) sono ora “insidiate” da gruppi che provengono dall’est: la polacca Orlen, che sponsorizza Alfa Romeo, la malese Petronas, legata a tripla mandata con Mercedes, e la saudita Aramco.

Quest’ultima, fresca di accordo con Aston Martin (leggi qui per i dettagli), è tra gli sponsor istituzionali della F1. Il che vuol dire che è uno dei primi finanziatori del Circus. La sua presenza è stata decisiva nell’anno in cui la pandemia di Covid-19 ha messo a rischio la vita della massima serie. Una stampella indispensabile che ha contribuito a sorreggere il sistema in un momento di grande crisi.

Ma non s’è trattata di un’operazione caritatevole. Non se ne fanno quando di mezzo ci sono guadagni ad alto voltaggi ed interessi geostrategici. L’Arabia Saudita, con i suoi petroldollari, sta diventando un polo d’attrazione a cui Liberty Media non può ne sa resistere. E qua entriamo in una questione più ampia che valica la sfera economica ed entra a gamba tesa in ambiti politici, giuridici e sociali. Inutile girarci intorno: il Paese di re Salmān bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd non spicca per la tutela dei diritti umani.

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Il circuito di Jeddah, Arabia Saudita

Nel più grande Stato arabo dell’Asia occidentale la situazione relativa ai diritti dell’uomo è molto scottante essendo considerata lontana dagli standard occidentali. Un Paese a fortissima vocazione islamica nel quale è all’ordine del giorno l’oppressione delle minoranze religiose e politiche. Ma non solo, la nazione sale sovente alle cronache internazionali per la tortura dei prigionieri e per l’atteggiamento verso gli stranieri ritenuti scomodi, per il ruolo marginale delle donne e per la ghettizzazione degli omosessuali. Uno stato dei fatti che cozza con le politiche di cui la F1 si è fatta portabandiera inanni recentissimi.

Poli opposti che convivono. Che devono necessariamente coesistere per consentire il normale svolgersi della vita della categoria che è una divoratrice di danaro senza eguali. Ecco che certe “storture” vengono scientemente ignorate per consentire alla F1 di fagocitare fondi e risorse la cui provenienza non ha più peso. Pecunia non olet. Dopo tre decenni di profondi cambiamenti, tra cui globalizzazione e digitalizzazione, lo sport non è più ritenersi una semplice questione di competizione tra soggetti, che siano piloti o scuderie.

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Mohammed Ben Sulayem nella conferenza stampa successiva alla sua elezione a presidente della FIA

In virtù di questo processo di inarrestabile mutamento la Formula Uno è dovuta scendere a compromessi. Si sposta in Qatar nonostante gli atavici problemi relativi alle condizioni dei lavoratori. Ammicca al regime saudita, un Paese che accusato di riciclare la propria immagine e la propria reputazione agli occhi del mondo attraverso quel fenomeno definito “sportwashing”. Ossia quell’operazione attraverso la quale si prova a promuovere un’agenda di ampie riforme interne comunicando un’immagine più progressista che spesso non ha basi fattuali.

La F1, in questo cammino da rabdomanti di danaro, ha snaturato le sue caratteristiche. Ma non bisogna essere ipocriti: doveva farlo. Non è pensabile, in un mondo finanziariamente interconnesso, che certi mercati venissero estromessi solo in nome della tradizione. Con questa ci si riempiono le pagine dei romanzi d’amore. Per sostenere un meccanismo complesso, tentacolare, strutturalmente vastissimo e logisticamente complessissimo era necessario che altri mercati venissero inglobati nel Circus iridato.

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Stefano Domenicali, presidente e amministratore delegato del Formula One Group

Ovviamente il discorso verte proprio su come il legame con queste nuove realtà si genera e si sviluppa. Non riteniamo bello e giusto che i test di Barcellona debbano essere praticamente serrati come un carcere d’alta sicurezza solo perché il Bahrein ha preteso ciò per dare lustro alla sua sessione che si terrà agli inizi di marzo.

Basterebbe semplicemente uscire allo scoperto e fare una pubblica ammissione: la F1 deve mutare nei suoi archetipi per rispondere a mutate esigenze strategiche. Sapremo capire, siamo osservatori intelligenti. Invece ora, troppo spesso e con troppa nonchalance, veniamo trattati come degli ingenui creduloni.


F1-Autore: Diego Catalano@diegocat1977

Foto: F1, Mercedes AMG F1

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