domenica, Marzo 3, 2024

F1: il “Mercedesgate” è l’ultimo atto della guerra tra FIA e FOM

Un capitolo al giorno. Con questa cadenza si scrive il nuovo romanzo della F1 che probabilmente ci accompagnerà per tutto l’inverno. E forse oltre. Quanto sta accadendo è fatto noto e, per evitare tediose ripetizioni e recap non richiesti, vi rimandiamo all’approfondimento pubblicato ieri e che analizza  le accuse rivolte ai coniugi Wolff rei, questo il capo d’imputazione, di manipolare informazioni indebitamente possedute

Perché si è giunti a questo punto proviamo a comprenderlo con l’analisi odierna. La semplice cronaca riferisce di un comunicato praticamente congiunto dei team che fa seguito a una nota FOM; messaggi che hanno un solo ed unico fine: criticare l’operato della Federazione Internazionale che ha aperto un’indagine senza soggetti definiti (irrituale è alludere ai presunti rei senza nominarli) e lo ha fatto in base ad un’inchiesta giornalistica forse un po’ troppo traballante

Ieri si è compreso che il telaio su cui poggia l’azione di Place de la Concorde è molle. Anzi, inesistente: nessuno dei nove concorrenti della Mercedes ha segnalato conflitti d’interesse né si è lamentato della posizione di Susie Stoddart. La reazione delle scuderie è stata veemente, uno slancio di compattezza mai visto prima in un mondo, quello della Formula Uno, spesso accusato di essere spaccato. Cosa che si conferma a livelli alti (FIA vs FOM e team), ma non tra competitor.


Mercedesgate: la reazione della F1 è veemente

Possiamo confermare di non aver presentato alcun reclamo alla FIA in merito alla presunta trasmissione di informazioni di natura confidenziale tra un Team Principal di F1 e un membro del personale della FOM. Siamo lieti e orgogliosi di sostenere F1 Academy e la sua direttrice generale attraverso il nostro impegno a sponsorizzare un concorrente con le nostre livree a partire dalla prossima stagione”. Questa la nota apparsa in copia carbone sui portali ufficiali dei sodalizi che compongono il Patto della Concordia che stavolta ha onorato la sua etichetta. Pan per focaccia visto che anche in questo caso non si fanno i nomi dei Wolff: giocata di una certa finezza mediatica.  

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Il comunicato congiunto della F1 sul “Mercedesgate” nella versione ferrarista

Questa uscita è giunta qualche ora dopo che la FOM ne aveva prodotta una simile che recitava più o meno questo: “Abbiamo piena fiducia sul fatto che le accuse siano errate. Abbiamo solide procedure e processi che assicurano l’isolamento dell’informazione e delle responsabilità nel caso in cui vi sia qualsiasi potenziale conflitto di interessi. Siamo fiduciosi che nessun componente del nostro team abbia fatto rivelazioni non autorizzate a un team principal. Vorremmo mettere in guardia chiunque dal lanciare incautamente accuse serie senza contenuto“.  

Il passaggio evidenziato in grassetto ha un valore rilevante poiché rappresenta un monito a certa stampa (tutto nasce da un articolo piuttosto congetturale di Business F1) e alla responsabilità che questa deve avere quando esercita la sua legittima, libera e necessaria funzione informativa e d’inchiesta. Elementi che vanno sì tutelati, ma in un quadro che eviti la deriva che rischia di portare il dibattito fuori dall’alveo del vero. 

Raramente s’è vista una reazione così veemente e compatta da parte di chi, usualmente, abituato a darsele in pista e nelle stanze del potere per ottenere vantaggi tecnici. Due delle tre anime della F1, team e FOM, sono apparse come un blocco granitico. La Red Bull, che secondo alcuni era il soggetto che aveva sollevato il conflitto di interessi, oltre alla nota di cui sopra, ha aggiunto un intervento a Sky UK, tramite Chris Horner, il rappresentante numero uno, che ha fermamente negato qualsiasi coinvolgimento diretto nella vicenda, consentendo, nei fatti, di gettare una luce potentissima allontanando certe ombre che, per questioni di comodo (di chi?), iniziavano ad avvolgere Brackley

Non devono quindi sorprendere la solidarietà e la necessità di chiamarsi fuori da parte della Red Bull e degli altri che non vogliono lordare la propria immagine con accuse che ad oggi non stanno in piedi. Dispiace per qualche forcaiolo che nella vicenda sperava di vedere il crollo etico di un soggetto in particolare. Pratica molto diffusa nel Belpaese e che ha conosciuto un brusco stop con la nota redatta a più penne e condivisa anche dalla Ferrari, come si può osservare dall’immagine in alto.

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Toto Wolff (Mercedes AMG F1) e Christian Horner (Oracle Red Bull Racing)

F1 vs FIA: quattro motivi pregressi di frizione 

Dopo la giornata di ieri che definire effervescente è poco, la FIA sembra essere all’angolo, provata dalla scarica di pugni che arriva dalle altre anime della F1. D’altro canto l’ente parigino, da quando è guidato da Ben Sulayem, non ha impostato un gran rapporto con chi il Circus lo detiene. Sono quattro i punti dolenti di un rapporto mai decollato. Vanno elencati in un’operazione necessaria a rendere chiaro il quadro in cui va dipanandosi una vera e propria lotta tra titani:

  • Querelle Andretti
  • Limitazione alla libertà d’espressione dei piloti 
  • Sprint Race 
  • Presunta vendita del pacchetto azionario nelle mani di Liberty Media Corporation

Sul primo punto Mohammed Ben Sulayem si è dichiaratamente schierato in favore dell’ingresso della realtà statunitense che si accompagnerà con Cadillac, motorista che intende diventare protagonista con le nuove norme che debutteranno nel 2026. Stefano Domenicali e il gruppo che rappresenta non si sono mai esposti chiaramente sulla vicenda, né in prima battuta, né dopo l’arrivo del lasciapassare federale. La FOM deve ancora valutare l’impatto dell’ingresso dell’undicesimo team tenendo la candidatura congelata in chiara opposizione al parere di Place de la Concorde

Su questo fronte è chiaro che la proprietà americana sposi la linea dei team che vogliono proteggere il business a dieci soggetti e che non si accontentano dell’obolo di 200 milioni di dollari che Andretti dovrebbe conferire per entrare. Una tassa ritenuta bassa perché figlia di un vecchio contesto operativo (quello vigente durante il Covid) e che oggi si sta spingendo per triplicare.

Ma serve la rivisitazione del Patto della Concordia che scade a fine 2025. La FIA, con un’iniziativa unilaterale e non supportata da FOM e squadre (fino a prova contraria i ⅔ del decision making della F1), è andata dritta come una nave rompighiaccio determinando una frattura dolorosa. Un atto di forza non richiesto che era venuto dopo un altro momento carico di tensioni.

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Michael Andretti a colloqui con Mohammed Ben Sulayem

Si giunge così al secondo punto. Per molto tempo le due entità che guidano la Formula Uno avevano discusso sull’opportunità di raddoppiare in numero le Sprint Race. Gli americani ne erano convinti araldi, la Federazione, nella F1 Commission, si era messa di traverso facendo mancare l’appoggio dei suoi dieci delegati. La colpa di Liberty Media, secondo un battagliero Ben Sulayem, era quella di aver soddisfatto le richieste economiche dei team e non quelle di chi gestisce la pista con le sue maestranze e i suoi mezzi. Lunghe interlocuzioni sono state necessarie per arrivare all’accordo basato, manco a dirlo, su una bella siringa di dollari fatta da John C. Malone e soci. Caso archiviato ma tensioni non sopite.

I dissidi sono stati superati ma nel quadro di un rapporto apparentemente compromesso considerando l’affaire Andretti. L’altro fronte (punto 3) che si è aperto è quello relativo alla FIA che, sposando il codice etico del comitato olimpico internazionale, ha di fatto apposto un filtro censorio ai piloti che non saranno più liberi, se non concordandolo, di esprimere posizioni su questioni politiche, etiche e sociali. Un provvedimento che ha spaccato letteralmente il Circus e che ha generato le irate reazioni di Liberty Media che ha letto l’azione di un sempre più intraprendente manager emiratino come un atto liberticida. Non a caso si sono mossi gli avvocati del gruppo americano.

Un ultimo momento di scollatura si è manifestato in relazione alla manifestazione di interesse per l’acquisto della Formula 1 sulla base di 20 miliardi di dollari da parte del fondo PIF (The Public Investment Fund, società di investimenti dell’Arabia Saudita con un patrimonio pari a 360 miliardi di dollari, ndr). Liberty Media, in qualità di gruppo detentore dei diritti commerciali della massima categoria, aveva declinato la proposta. 

Nel solito slancio personale e non richiesto, Mohammed Ben Sulayem aveva voluto dire la sua, ingerendo in una trattativa che non gli competeva. Tramite il suo account Twitter, oggi X, l’ex rallista aveva  espresso la propria opinione in merito alla proposta del fondo arabo. Lo aveva fatto in maniera piuttosto forte in relazione alla carica di presidente della Federazione Internazionale, ente che in questioni commerciali non ha voci in capitolo. 

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Ben Sulayem (FIA) – Stefano Domenicali (CEO F1)

E’ necessario ricordare che Liberty Media detiene per i prossimi 90 anni i diritti commerciali della F1. Nel cinguettio della discordia, Ben Sulayem, autodefinendosi custode del motorsport, lanciava un monito ai potenziali acquirenti chiedendo programmi trasparenti e sostenibili, affermando che la generosità dell’offerta monetaria non era il vero valore di riferimento. “Tali riflessioni oltrepassano i limiti di mandato della FIA così come qualsiasi diritto contrattuale. La federazione verrà considerata responsabile di eventuali danni subiti da Liberty Media”. Questa fu la risposta infuocata del colosso americano dell’intrattenimento. 


F1: la FIA rivendica la sua centralità, ma lo fa in maniera dubbia

Per via dei quattro elementi di tensione sopra riportati, per molto tempo la posizione di Ben Sulayem è sembrata traballare. Liberty Media non ha potere di rimuovere il n°1 della FIA, ma di certo ne ha limitato l’azione. Tanto che, come segnale tangibile di un rapporto corroso, non lo si è visto aggirare per i paddock dei gran premi.

La ricostruzione, articolata e forse un tantino noiosa da leggere, è però un atto necessario per far comprendere al lettore che si è dinnanzi ad un momento chiave in un rapporto logoro e forse non più recuperabile. E’ in corso una vera e propria guerra di potere e l’affaire Mercedes sembra la classica causa scatenante per arrivare alla battaglia finale.

La convocazione – a questo punto unilaterale e senza lo stimolo da parte dei membri della F1 – del FIA Compliance Department sembra un atto sproporzionato, specie perché giunge a seguito di una ricostruzione giornalistica basata su elementi indiziari e non su prove solide. 

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Mohammed Ben Sulayem, presidente della FIA

E’ sensazione che si fa sempre più concreta che la Federazione Internazionale dell’Automobile abbia usato una questione assai marginale per lanciare l‘ultimo attacco ottenendo un clamoroso effetto boomerang poiché la nota dei dieci team ha di fatto svuotato l’iniziativa smascherando l’assenza del classico casus belli

La FIA, che era stata pure esautorata nel processo di definizione delle regole della “F1 2.0“, rivendica la sua centralità nella classe regina del motorsport, un ruolo pivotale che né i team né soprattutto la FOM sono più disposti, evidentemente, a concedere. La mossa del gruppo parigino appare ora maldestra e con poche speranze di buona riuscita. Altri sviluppi sono attesi nei prossimi giorni in una storia che non è ancora giunta al punto finale.


Autore: Diego Catalano – @diegocat1977

Foto: F1, FIA, Mercedes AMG F1 Team

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