Se la F1 non reagisce alla crisi rischia di trasformarsi in una “Super F2”

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Se la F1 non reagisce alla crisi rischia di trasformarsi in una “Super F2”
Jean Todt, presidente FIA

Tempi duri per il motorsport. La pandemia di Coronavirus ha costretto il mondo delle due e delle quattro ruote ad uno stop pressoché totale a livello globale. Tutte le categorie sono in sofferenza e la Formula Uno dalle grandi entrate, dalla sovraesposizione mediatica e con alle spalle potenti case automobilistiche non sta di certo facendo eccezione. La mancanza dell’attività in pista, sintetizzando, sta determinando la chiusura dei rubinetti da parte di chi foraggia finanziariamente il sistema: sponsor, enti che organizzano le gare e, in parte, Liberty Media. E’ proprio il colosso americano dell’intrattenimento, infatti, che sta tentando di limitare il malessere con l’anticipo dell’elargizione delle quote che spettano ai team. Che stanno conoscendo un dissesto mai affrontato in settanta anni di storia della F1.

La crisi mondiale non si è limitata a tenere le vetture all’interno delle fabbriche, ha anche generato un processo di slittamento normativo. Le regole tecniche inizialmente previste per il 2021 saranno applicate l’anno successivo. Il quadro normativo attuale, dunque, rimarrà operativo anche nella stagione che verrà, con pesanti limitazioni alla sfera dello sviluppo meccanico e telaistico. Un elemento concretizzatosi dopo un rapido processo decisionale che ha visto una quasi inedita consonanza di intenti tra i 10 team partecipanti. Ma su altre questioni la spaccatura si è palesata forte, prorompente. E una soluzione all’orizzonte non si scruta ancora. La materia del contendere è quella economica. Nel 2021 entrerà in vigore il budget cap e su questo campo si sta combattendo una guerra senza quartiere che vede soprattutto Ferrari e McLaren, agli antipodi nelle visioni, darsele di santa ragione. A suon di comunicati e dichiarazioni dei protagonisti. Uno stallo decisionale inaccettabile che potrebbe essere superato da un principio introdotto dalla FIA che consente, in casi di estrema eccezionalità (e questo è uno di quelli), di prendere una decisione anche se manca l’unanimità (leggi qui).

Se la F1 non reagisce alla crisi rischia di trasformarsi in una “Super F2”
Zak Brown e Mattia Binotto

Una sintesi dovrà essere trovata anche perché la cosa farà da elemento fondante per il nuovo Patto della Concordia che pure è al centro di una battaglia politica che tuttora ne blocca l’approvazione della nuova versione. E senza un documento del genere è difficile che possano essere scritte con puntualità le regole tecniche e sportive necessarie per rendere possibili i campionati del futuro. Insomma, una sinfonia non di certo allegra quella si ode tra i segreti corridoi dei luoghi nei quali si stabiliscono i destini della F1. Una condizione non auspicabile in un momento in cui, di converso, servirebbe la massima unità d’intenti per evitare che il banco salti. E non è un’esagerazione. La Formula Uno, seppur ricca come movimento e indotto, potrebbe vedersi crollare il terreno sotto i piedi. La sofferenza dei team medio-piccoli è un fatto acclarato e le iniezioni di danaro di Liberty Media non possono essere, né debbono ritenersi, sine die.

Jean Todt, uno che di management se ne intende, è ben conscio che la categoria si muove sul filo del rasoio. E che la scure del ridimensionamento generale potrebbe abbattersi in maniera drammatica sulla F1 e su tutte le categorie che vi ruotano intorno. Se il primo shock è stato superato grazie alla liquidità offerta dal gruppo guidato da Maffei e Carey, i problemi potrebbero rendersi palesi tra un paio d’anni. Una sorta di effetto risacca frutto del blocco attuale. Organizzare un Mondiale con sole quindici gare a fronte delle ventidue previste (questo è il tentativo che le parti stanno facendo) genererà automaticamente una minore quantità di danaro in ingresso. Ed è facile capire perché. Questo meccanismo potrebbe determinare, nella peggiore delle ipotesi (che i decisori provano a scongiurare in ogni modo), la morte di due o tre scuderie.

Cosa succederebbe se questa sciagura sportiva si concretizzasse? A questa domanda ha risposto il numero uno di Place de la Concorde che ha aperto a scenari inediti e forse inimmaginabili: “Potrebbero essere necessarie delle drastiche riduzione di budget. Un tetto di spesa che potrebbe essere dell’ordine di cinquanta milioni di dollari. Questo – ha detto Jean Todt – aprirebbe ad una Formula Uno inedita, fondata su altre regole finanziarie e caratteristiche sportive. Si tratterebbe una una sorta di Super Formula 2”.

Se la F1 non reagisce alla crisi rischia di trasformarsi in una “Super F2”
L’Alfa Romeo C39 alla presentazione

Pochi soldi e soprattutto tre team in meno porterebbero ad avere solo 14 macchine in griglia. Come ovviare a ciò? Ecco che subentra la Super F2 cui alludeva l’ex direttore sportivo della Ferrari. I team più grandi potrebbero portare in pista tre vetture. O addirittura creare degli junior team satellite come fa la Red Bull. Ma questa soluzione sarebbe efficace? Funzionerebbe? Ci sono dubbi a riguardo. Motivo? Con sette scuderie e altre a tre fare da satellite le decisioni sarebbero prese realmente dalle suddette sette. Ancora, se una di queste avesse problemi, abbandonando la categoria, porterebbe con sé l’eventuale squadra orbitante. Forse la soluzione più sensata per uscire da queste sabbie mobili è quella di cui si discute da tempo: consentire l’ingresso di almeno altre due scuderie in modo da portare da 20 a 24 il totale delle monoposto in griglia. In questo modo la categoria avrebbe gli “anticorpi numerici” per riuscire a rispondere all’effetto rinculo che potrebbe esser causato da una crisi simile a quella che stiamo vivendo.

Il problema che il Covid-19 sta mettendo a nudo in tutta la sua enormità è che nella Formula Uno attuale esistono troppi team che dipendono dagli altri. Facciamo un sunto: in orbita Mercedes abbiamo McLaren (dal 2021 sarà fornita con le power unit di Brixworth), Racing Point e Williams; Haas e Alfa Romeo sono legate a doppio filo alla Ferrari. Alpha Tauri è un vero e proprio junior team della Red Bull, lo si vede dalla mobilità interna dei piloti. Come si vede ci sono tre case madri con sei pianeti, più o meno magneticamente attratti, a ruotarvi intorno. Unica eccezione è la Renault, stella a sé stante, che dall’anno prossimo non fornirà altre compagini.

Spezzare questi legami e consentire l’ingresso di scuderie dirette rappresentanti di altre case automobilistiche potrebbe essere quel paracadute capace di far superare di slancio altri eventuali momenti difficili. Ma questo allargamento comporterebbe una rivoluzione totale. Nei regolamenti sportivi che andrebbero riscritti. E anche in quelli tecnici che, specie sul versante power unit, scoraggiano l’ingresso di altri grossi gruppi delle quattro ruote poco interessanti ad una tecnologia con scarse ricadute nella produzione. La Formula Uno è a un bivio: se intende erigere argini di stampo machiavelliano deve avere, negli attori protagonisti, la forza di azzardare. Lo si faccia.

Autore: Diego Catalano – @diegocat1977

Foto: Alessandro Arcari – @berrageizf1, F1

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