Essere Ferrari: obbligati a perdere

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Guida Formula Uno 2020
Ferrari

Essere Ferrari: obbligati a perdere


Ferrari: sogni e illusioni, sconfitte e delusioni. I tifosi lo sanno da sempre: il Cavallino fa soffrire. Si trepida, ci si emoziona, si spera fino all’ultima curva. Ci si crede a dispetto di una ben più scaltra evidenza, grazie all’obbedienza cieca e devota nei confronti della Rossa. Un mare sconfinato di passione e di dedizione, un male contagioso, che, una volta contratto, non abbandona più gli animi e i corpi. Scosse, singulti, grida, tremori sono solo alcuni dei sintomi che si manifestano, insieme a una febbre alta che spesso porta al delirio, qualche volta declinato nel turpiloquio scurrile dell’imprecazione.

La Ferrari è qualcosa di viscerale, un dardo di cupido capace di lacerare la razionalità, di vivisezionare il calcolo, di fare a brandelli ogni residuo di pacata accettazione. Travolge e avvolge, sconvolge e coinvolge. Una religione dedicata al culto di una divinità arcana, nata solo per essere adorata. Molti gli adepti, innumerevoli i fedeli, pronti di volta in volta a rinnovare il rito pagano con il quale offrono il loro cuore pulsante. Autodromi come templi, bandiere rosse come offerte votive, cori come preghiere.

GP Stiria-Luca Dal monte
la squadra Ferrari 2020

Poi d’un tratto cala il silenzio. Complice questo 2020 doloroso e disarmante, il pubblico diviene un fantasma, le tribune paiono dune deserte. Persino i motori sembrano aver dismesso il loro canto, da quando non può trascinare nessuna liturgia. L’anno muto prova comunque a raccontare la propria storia, riveduta e corretta in corso d’opera, servendosi di un’eco lontana. Ma, per la Ferrari, non ci sono parole. Tutto tace, ovattato dalla mediocrità dei risultati, zittito dalla mancanza di un guizzo, secretato da loschi accordi.

Una situazione di vuoto desolante che una dirigenza priva di nerbo non riesce a colmare. Camilleri gioca a nascondino, forse neppure consapevole delle effettive carenze della Rossa. John Elkann si rifugia nella tana sicura della Juventus e, solo dopo l’ennesimo successo bianconero, si sforza – o si trova in qualche modo costretto – a spendere qualche parola per la Ferrari. (per approfondire leggi qui) Fa sorridere quasi vederlo uscire a volto scoperto, dopo il banchetto luculliano del nono scudetto, per avventurarsi verso la tagliola a raccogliere un misero pezzo di formaggio in mezzo agli agguati felini dei giornalisti.

Eppure finalmente parla. Lo fa emettendo una sentenza lapidaria, che di fatto conferma lo stato vegetativo in cui versa e verserà la Ferrari nel corso di questa e della prossima stagione. Confida nelle cure miracolose che rispondono al nuovo regolamento, si affida a medici giovani e volenterosi, pronti a trasferirsi nell’ospedale da campo di Maranello, pur di seguire il decorso della vettura. Quanto al presente nessuna illusione, giusto qualche medicinale, qualche palliativo, in grado di rendere più lenta e più sopportabile l’agonia. Opaca ed esanime, la Rossa non ce la fa più neppure a lottare. Dunque inutile regalare false speranze.

Le “banalità” di Elkann offendono la Ferrari
John Elkann, presidente della Ferrari

Elkann va dritto al cuore del problema, ammettendo “le carenze strutturali della vettura” e sostenendo che hanno radici lontane. Ricorda che non sono bastati due fuoriclasse come Alonso e Vettel (e, personalmente, mi permetto di aggiungere, l’esperienza di Massa e di un campione come Raikkonen) per invertire la tendenza. Ma, soprattutto, fa outing per quel che riguarda i veri e propri “errori di impostazione della macchina“. Errori a livello di “aerodinamica e di dinamica” evidenziati da un deficit di potenza. Il mea culpa continua con una triste rivelazione: “La SF1000 non è competitiva“. Poi si aggiunge il costante leitmotiv degli ultimi anni: concentrarsi sul futuro inaugurando un nuovo ciclo.

Apprezzabile la confessione, coadiuvata da una buona dose di disincanto. Ma questo, purtroppo, significa gettare la spugna. E non è possibile se ti chiami Ferrari. Ammesso e non concesso che tutto questo sia imputabile alla sfortuna e alla concomitanza di eventi esterni imprevedibili (la pandemia e la relativa impossibilità di migliorare il progetto), resta comunque l’handicap di aver lavorato male. Per essere conservativi? Perché si pensava ad una sola stagione prima della rivoluzione regolamentare? Perché si è stati beccati con le mani sporche di marmellata e si è resa necessaria una ripulita, anche a costo di depauperare la vettura? Tutto comprensibile, certo. Ma si poteva comunque – e si era in dovere- di fare di più.

Essere Ferrari
Laurent Mekies, direttore sportivo Scuderia Ferrari

Alla vigilia della trasferta multipla di Silverstone si ripete la squallida litania. Piloti sfiduciati, consapevoli di correre in difesa, utilizzando la gara come un’ulteriore sessione di test. Tecnici che ancora riciclano la filastrocca dell’analisi dei dati utili a comprendere la vettura. La SF1000 come una sfinge, che manda segnali misteriosi, troppo difficili da decifrare. Laurant Mekies parla di gara difficile e di una mancanza di competitività. Aggiunge che è necessario “concentrarsi sull’acquisizione delle informazioni per poter sviluppare l’auto nella giusta direzione“. E conclude sostenendo che “non esiste una formula magica per cambiare rapidamente le cose“, solamente “duro lavoro” da qui alla fine del campionato.

Nessuna magia, nessuna scintilla. Solo una meteora che transita troppo in fretta nei nostri cieli. Gli auspici invernali ridotti in cenere dalla miseria di una realtà senza prospettive. La Ferrari di Monza solo un lontano ricordo, macchiato dal sospetto dell’illegalità. La SF1000 dal nome altisonante nata sotto a una cattiva stella. La Rossa senza riscossa ci chiede pazienza, abitudine all’attesa, attitudine alla resa. E il 2020 se ne va, privo di battaglie e privato di pubblico, vuoto di trionfi e depauperato di speranze. Nulla di buono in questa notte di mezza estate, dove l’aria rimane calda e l’entusiasmo si raffredda. Resta solo da alzare gli occhi al cielo, alla ricerca di un astro. Nascente o cadente poco importa. Purché, anche brevemente, riesca a illuminare le troppe ombre della rossa.


Autore: Veronica Vesco – @VeronicagVesco

Foto: Ferrari

Il candore di un foglio bianco che m'invita alla scrittura. Il fragore di una monoposto rossa che accende la mia natura. Due colori tratteggiano il mio profilo fin dall'infanzia. Due colori capaci di accompagnarmi nel tempo, assumendo molteplici tonalità, sfumate dagli eventi della vita. Da una penna a una tastiera. Da un'auto a pedali agli autodromi. Da una laurea in Lettere al primo libro. Sempre nel segno di una Ferrari. Sempre con il sogno di cavalcare le mie passioni.

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