Jean Todt in Ferrari: un rischio calcolato?

F1 – “Per il momento non c’è nulla. Dobbiamo essere realisti, anzitutto la cosa più importante è il mio impegno per la sicurezza stradale, presso le Nazioni Unite. Ma non chiudo la porta ad altre opportunità, fintanto che sono compatibili con quello che faccio già. Così, a inizio settimana, Jean Todt ha risposto ai colleghi dell’Equipe che lo avevano interpellato sull’ipotesi di un ritorno alla Ferrari dopo la lunga permanenza negli uffici di Place de la Concorde, sede della Federazione Internazionale dell’Automobile.

Poche stringate parole che sono bastate ad accendere la fantasia e far tornare le mente dei tifosi ai fasti di inizio millennio, quando era la Ferrari il dominus indiscusso della F1. Una condizione alla quale Maranello era arrivata con calma, perseveranza titanica e non senza quegli intoppi che avrebbero scoraggiato chiunque. Non Todt che sin dal primo giorno di permanenza nelle stanze modenesi seppe e volle prende decisioni che apparvero impopolari ma che la storia ha premiato con vittorie, titoli e gloria imperitura.

Ristrutturare la Scuderia dopo i disastri sportivi degli anni precedenti era un’impresa che avrebbe spaventato un supereroe di fumetti. Ma non l’uomo di Pierrefort che aveva spalle larghe e competenza vastissima conferitagli dall’esperienza in Peugeot Talbot Sport dal 1982 al 1993 dove ereditò una situazione altrettanto scomoda (anche finanziariamente) sovvertendo pronostici scritti e accaparrandosi tutto ciò che c’era dai portare a casa: campionati di Rally, Dakar e 24 di Le Mans. L’ascesa del piccolo-grande uomo non fu indifferente a Luca Cordero di Montezemolo, uno che per le persone vincenti ha sempre avuto un fiuto da segugio.

La stretta di mano arriva nel 2003 e, in un processo di crescita costante ma inarrestabile, Todt riscrive le sorti della blasonatissima scuderia rendendola un gioiello organizzativo che ha fatto e che fa scuola tutt’oggi. Da qui l’eccitazione dei tifosi quando il nome del settentacinquenne manager transalpino viene nuovamente accostato al rosso della Ferrari.

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Jean Todt, ex presidente della federazione internazionale dell’automobile

Ma quale impatto potrebbe avere un clamoroso ritorno di Jean Todt in Italia? La domanda è enorme. La risposta, anzi le risposte, anche. Tutto ruota intorno all’eventuale ruolo che andrebbe a ricoprire. Nei giorni passati si è discusso circa una carica di rappresentanza. Una sorta di ambasciatore senza troppi poteri che al massimo possa dare consigli organizzativi senza avere potere esecutivo. In questo caso la sua figura sarebbe più marginale e non andrebbe a modificare equilibri interni che vanno consolidandosi dopo anni in cui la gestione sportiva aveva vissuto i tipici trambusti politico-organizzativi che da sempre caratterizzano l’esperienza della Rossa.

Diverso sarebbe il discorso se dovesse essere piazzato dalla proprietà in un posizione chiave come quella che occupava nel periodo d’oro. E con più o meno gli stessi poteri. In quel caso la figura diverrebbe parecchio predominante e genererebbe una sorta di effetto cascata sugli attuali plenipotenziari “maranelliani”.

Innanzitutto, dare le chiavi della GES a Todt, significherebbe bocciare l’attuale gestione. O quanto meno indicherebbe che non tutto ha soddisfatto pienamente la proprietà. Binotto (leggi qui i dettagli) ha avuto il difficile compito di gestire uno dei periodi più bui, sportivamente parlando, negli ultimi tempi. Il 2021 ha mostrato evidenti segnali di ripresa ma il vertice non sembra affatto vicino. Specie se diamo credito ad alcune esternazioni del team principal circa un 2022 da affrontare progredendo e cercando di vincere qualche gara. Ma senza aggredire fattivamente i titoli iridati.

Forse si tratta solo di una strategia comunicativa atta a non creare vane aspettative che potrebbero poi essere drammaticamente disilluse. Forse è consapevolezza, nonostante le nuove regole che potrebbero sparigliare le carte sul tavolo, che il gap da Mercedes e Red Bull non è colmabile senza dover muovere obbligati e progressivi passi necessitanti tempi tecnici non compatibili con l’irrefrenabile voglia di essere il riferimento tecnico-sportivo della categoria.

Da qui, quindi, la possibilità di puntare su un uomo forte che potrebbe rimettere la Ferrari anche al centro della politica del motorsport. Attività nella quale, negli ultimi tempi, Maranello pare essere diventata molto debole lasciandosi sorpassare da ogni lato dai team che negli ultimi due lustri (e più) hanno spadroneggiato con irriverente e sfrontata sicumera. Elementi che mettono, scusateci l’immagine forte, Binotto sul banco degli imputati. E che potrebbero indurre l’azionista di maggioranza a pretendere una svolta dirigenziale per bruciare le tappe verso la gloria.

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Una foto del team principal della Ferrari, Mattia Binotto

Ovviamente non bisogna necessariamente postulare scenari catastrofici: Mattia Binotto e Jean Todt potrebbero tranquillamente coesistere allocando al posto giusto le competenze di ognuno. La Ferrari intesa come uno un’orchestra dissonante da accordare per produrre nuovamente quella dolce sinfonia eseguita magistralmente da Michael Schumacher.

Ma la coesistenza potrebbe naturalmente produrre dei rischi, degli effetti collaterali dai quali rifuggire preventivamente. L’esperienza pregressa dice che due uomini forti non possono coabitare allo stesso timone del comando. In passato Luca Cordero Di Montezemolo, una personalità straripante e se vogliamo ingombrante, ha sapientemente fatto un passo indietro celandosi quasi nell’ombra per lasciar spiegare le ali a Todt a cui sono state date le chiavi della GES e non solo. L’uomo forte che ha delegato ad un altro uomo forte. Queste le basi del successo. Bisognerebbe, in questo scenario tutt’altro che scontato, calibrare pesi e contrappesi gestionali per evitare che un’opportunità di crescita si tramuti in un freno allo slancio che serve alla Ferrari per ritornare ad essere una locomotiva e non un semplice vagone di lusso.

L’eventuale riapprodo di Todt andrebbe altresì osservato da una prospettiva di più ampio respiro e che valica i confini della provincia emiliana: come gli altri team accoglierebbero il ritorno in sella di un manager che per dodici anni ha condotto l’ente che detta le regole, le mette in esecuzione e giudica in caso di infrazioni? La questione sarebbe spinosa. E non tanto perché potrebbe configurarsi un conflitto di interessi (una prassi ahinoi diffusa in una F1 in cui certi operatori, motoristi e team controllano alla luce del sole piloti e altre scuderie), ma per una questione di opportunità e di tempistiche.

Il “passaggio della barricata” sarebbe troppo repentino, specie in un quadro di massiccio cambiamento normativo. Cosa accadrebbe, congetturiamo nella congettura, se Maranello uscisse come nuovo dominus tecnico all’alba della nuova era della F1? In un ambiente malevolo e intossicato dai sospetti come quello della massima categoria del motrosport la cosa porterebbe a fastidiose e deleterie dietrologie dalle quali stare alla larga specie dopo un campionato avvelenato da un epilogo evitabilissimo se solo la direzione di gara fosse stata più coerente in scelte sulle quali è inutile ritornare.

E qua ci si ricolleghiamo alle parole del dirigente sportivo francese quando allude al suo impegno di breve periodo: “[…] la cosa più importante è il mio impegno per la sicurezza stradale, presso le Nazioni Unite“. Dichiarazione che potrebbe invero celare la necessità di operare un più saggio ed opportuno periodo di gardening per evitare che la concorrenza possa sollevare i dubbi cui si alludeva poc’anzi.

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Jean Todt (ex presidente della FIA) a colloquio con Mattia Binotto (Scuderia Ferrari)

Jean Todt è sicuramente una risorsa utilissima ad ogni compagine presente in griglia. La sua smisurata esperienza e le sue indiscusse capacità gestionali sono fattori che potrebbero consentire a chiunque di spiccare il volo. Specie a quella Ferrari che sa perfettamente cosa significhi avere un dirigente sportivo del genere in cabina di regia. Ecco perché certe valutazioni sono in corso, ecco perché nulla si lascerà al caso. Serve però agire con attenzione per non spezzare equilibri interni (rapporto con gli attuali dirigenti) ed esterni (opportunità e tempistiche dopo anni a comandare la FIA) per evitare che un’occasione potenzialmente d’oro si trasformi in un boomerang dagli effetti inauspicabili.

Per ora, dunque, il legame Todt – Ferrari resta una dolce ipotesi che nei prossimi mesi potrebbe subire l’accelerazione decisiva. Il 2022 è un anno chiave per la Rossa. Non è stato fatto mistero, in passato, che sul cambio regolamentare Maranello puntasse tutte le sue fiches per ritornare ad essere seriamente e stabilmente competitiva. Dovesse l’attuale dirigenza sportiva fallire in questo intento ecco che l’ombra del piccolo grande francese potrebbe allungarsi sugli uffici di via Enzo Ferrari. Binotto non è attualmente in discussione. Ma se gli equilibri in F1 cambiano in fretta, le teste, a Maranello, cadono alla velocità della luce.


F1-Autore: Diego Catalano – @diegocat1977

Foto: Scuderia Ferrari, F1

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