Il peccato originale della Ferrari è aver sbattuto le porte in faccia a Jean Todt

F1. Era un pomeriggio d’inverno quando deflagrò l’ordigno mediatico: Jean Todt, dopo la fine del mandato presidenziale in seno alla Federazione Internazionale dell’Automobile, avrebbe firmato con la Ferrari per rinnovare una partenership ricca di soddisfazioni e di titoli. Molti media riportavano la notizia come fatto certo pur non definendo nel merito il ruolo che il francese avrebbe ricoperto in seno alla storica scuderia modenese.

Qualcuno parlava di carica di rappresentanza. Una sorta di mega ambasciatore del Cavallino Rampante nel mondo. Una posizione “di facciata” senza poteri di firma. E la cosa, in sé, non possedeva i crismi della credibilità poiché il dirigente transalpino è sempre stato un uomo di polso, abituato a decidere grazie alla sua spiccatissima attitudine al comando.

Altri osservatori, proprio in virtù di quanto sottolineato poc’anzi, riferivano di un accordo con la presidenza della Ferrari che avrebbe dato pieni poteri all’ex n°1 di Place de la Concorde. Todt sarebbe dovuto diventare una sorta di superconsulente della Scuderia con un ampio ventaglio di poteri. Una carica “pesante”, da decisore. Da figura che avrebbe avuto diritto e legittimazioni verticistiche a mettere bocca in aspetti logistici, sportivi e tecnici.

Un impiego, così configurato, che avrebbe creato un certo “imbarazzo decisionale” visto che avrebbe generato un conflitto con le mansioni che erano e che sono prerogativa di Mattia Binotto che è qualcosa in più di un semplice team principal visti i suoi trascorsi da ingegnere motorista.

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Jean Todt, ex presidente FIA

Alla fine nulla s’è concretizzato. Jean Todt continua ad essere l’inviato speciale per la sicurezza stradale per conto delle Nazioni Unite. Una carica di copertina che non avrebbe generato conflitti con un lavoro in Ferrari. Il fatto che il matrimonio non si sia rinnovato non vuol dire che non siano state delle parole tra le parti che alla fine hanno preferito proseguire senza incrociare nuovamente i propri destini. E questa cosa, forse, spiega anche quanto potere e quanta considerazione Mattia Binotto abbia negli uffici di Maranello e nelle sedi operative del gruppo che controlla la Ferrari.

Evidentemente il lavoro svolto in questi anni in cui la Rossa ha dovuto fronteggiare stagioni difficilissime in termini di risultati è stato apprezzato da chi detiene il potere di firma. La F1-75 è il culmine di un cammino tecnico ed organizzativo durato anni e che ha preso le mosse dopo l’accordo riservato che il Cavallino Rampante ha stipulato con la FIA a seguito di quello che possiamo definire “power unit gate“.

Due stagioni a leccarsi le ferite ma in cui si è imparato molto e si è sfruttato il regolamento arrivando a sfornare una vettura che è immediatamente diventata il punto di riferimento della categoria. Anche se ha un cuore meccanico un po’ troppo fragile e che tende a soffrire d’infarto un po’ troppo spesso.

Se Maranello è tornata a fare la voce grossa è anche merito di Mattia Binotto e del suo modo di organizzare il team che si è trovato orfano di Sergio Marchionne e del suo paradigma strutturale. Il dirigente svizzero ha ereditato un’intelaiatura non del tutto consolidata. Ci ha lavorato a fondo e l’ha lanciata nell’olimpo della F1 superando Mercedes e sfidando Red Bull sul campo della tecnica. Ma, una volta arrivata alle soglie della gloria, “l’architettura Binotto” ha iniziato a scricchiolare.

F1 - Il team principal della Ferrari Mattia Binotto
F1 – Il team principal della Ferrari Mattia Binotto

F1. Ferrari: tre aspetti carenti della gestione Binotto

Gestione piloti, strategie, affidabilità. Questi le aree in cui la Ferrari sta mostrando debolezza in un anno che poteva essere da incorniciare ma nel quale si sta capitalizzando molto meno di quanto si doveva. Partiamo dell’ultimo fattore. Ferrari ha deciso di affondare sulle prestazioni a scapito dell’affidabilità sapendo che il regolamento, con una procedura piuttosto cervellotica, consente di risolvere tali problematiche anche a fronte di un congelamento tecnico già avviatosi e che si chiuderà a settembre. La strategia sarebbe risultata valida se fosse stato possibile superare le difficoltà nell’anno in corso.

Invece è lo stesso Binotto ad aver riferito che l’obiettivo piena affidabilità sarà raggiunto l’anno venturo. Il 2022 sarà gestito con soluzioni tampone come quella di introdurre più motori nuovi per abbassare il chilometraggio medio. Cosa che porta ad automatiche penalità nelle quali sia Lelcerc che Sainz sono incorsi. E nelle quali cadranno ancora. Le soluzioni di breve periodo menzionate da Binotto dopo il ritiro di Leclerc da un GP di Spagna che stava letteralmente dominando, si sono trasformate in risposte di lungo periodo. Un errore di comunicazione che sta generando malumori nella base ferrarista.

La gestione delle strategie di gara è un altro insuccesso ascrivibile a Mattia Binotto. Non perché sia lui a fare le scelte, in Ferrari c’è uno staff diretto da Inaki Rueda che se ne occupa. La colpa del manager è la difesa a spada tratta anche dinnanzi ad errori marchiani, evidenti, non nascondibili. Monaco, Silverstone, Ungheria, per citare i più clamorosi, sono casi di una gravità sportiva elevata.

Quando Binotto è stato interrogato sulle dinamiche alla base di scelte incontrovertibilmente errate si è chiuso a riccio esaltando il lavoro dei propri uomini. Forse un tentativo di tenere serrati i ranghi che, mediaticamente parlando, non ha riscosso troppi favori. Ma la cosa più seria è che la pista sta dicendo che gli uomini che gestiscono i piani tattici non stanno operando al meglio. Da molto tempo ormai.

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Carlos Sainz e Charles Leclerc, Scuderia Ferrari F1

La gestione della coppia piloti è un altro tallone d’Achille nell’operato di questa dirigenza. C’è la sensazione che punti siano stati persi per strada per la mancanza di coraggio nel definire i ruoli. E non getti fumo negli occhi la generosa doppia scia concessa da Sainz a Leclerc in Francia. In quella circostanza lo spagnolo non aveva nulla da chiedere alle proprie qualifiche.

Esaltare quel gesto è mero sentimentalismo sportivo. Col quale non arrivano le vittorie. Servirebbe una sana e massiccia dose di cinismo gestionale nell’individuare ed incatenare i ruoli. Proprio come fece Jean Todt che volle Michael Schumacher e gli cucì letteralmente addosso un team. I tedesco fu messo nelle migliori condizioni operative e non dovette mai preoccuparsi del compagno di squadra che era totalmente al suo servizio.

Quello che, in soldoni, succede oggi in Red Bull. Se hai in mano un fuoriclasse lo metti in condizioni di rendere ancora di più sublimandone le specificità. Oggi questo non succede in Ferrari che dovrebbe porre Leclerc su una sorta di piedistallo. Il 2022 dice che invece è stato più volte depauperato dal suo stesso team con strategie afflittive, ai limiti della follia.

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La coppia d’oro della Ferrari: Jean Todt e Michael Schumacher

F1. Todt – Ferrari: un’opportunità non sfruttata

Forse, anche se non abbiamo la riprova, con Jean Todt questo non sarebbe accaduto. La sua lunghissima esperienza, la freddezza manageriale, il suo sapere essere impopolare ma maledettamente fruttuoso avrebbero messo la Ferrari nelle condizioni di essere davanti o almeno non così lontana ad una Red Bull che sta superando le sue piccole difficoltà tecniche grazie agli errori commessi in serie da Maranello e ad un modello organizzativo al quale la Ferrari dovrebbe puntare.

Il motivo per il quale il ritorno di fiamma tra la Ferrari e Todt non c’è stato è e rimarrà misterioso. E’ certo che una figura di tale grandezza ed esperienza, se ben immessa nel team, poteva essere una risorsa che avrebbe sollevato Binotto di alcune responsabilità che evidentemente riesce a gestire non proprio puntualmente.

Magari l’ingegnere di Losanna si sarebbe potuto occupare in pianta stabile della questione affidabilità visto che afferisce alla sue smisurate competenze sulla disciplina. Una “liberazione” operativa che avrebbe permesso a Todt di prendere possesso delle cose sportive evitando che si verificassero topiche come quelle viste recentemente.

Ma parliamo di scenari immaginati, congetture di mezza estate che si fanno a motori spenti e nel fresco climatizzato di redazioni non a regime pieno. Certo è che Todt – Ferrari sarebbe stata una bella suggestione e, chissà, una mossa che avrebbe potuto dare scacco matto al pacchetto Red Bull – Verstappen che scappa via in classifica senza mai aver dato la sensazione di essere dominante.


Autore: Diego Catalano@diegocat1977

Foto: F1, Scuderia Ferrari F1

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1 COMMENT

  1. Mah, si dovrebbe forse iniziare vedendo come e perché Todt uscì dalla Ferrari. E poi a seguire, forse, vedere come si svolse lo scontro con Arrivabene. Che secondo me non fu tra Arrivabene e il solo Binotto, ma con tutto un gruppo di tecnici di punta del team. Se ciò fosse vero, vorrebbe dire che il team è nella realtà diretto e controllato da un “partito” coeso di tecnici nel quale Binotto è una sorta di Frontman.

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